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                <text>Latte e fuoco: la produzione dei latticini nelle casere in alta montagna durante l’alpeggio L ónto (Il burro) L’operato del mistro (casaro) comincia asportando con apposito strumento, detto spanaròla, la brama (panna) affiorata nei recipienti detti mastéle, dove il latte è rimasto a riposo per qualche tempo, e versandola nella pêgna (zàngola) nella quale essa viene sbattuta azionando il tarnazón (stantuffo). Questo (come nel nostro caso) può essere collegato alla musa cioè a un braccio munito di contrappeso per agevolare la faticosa operazione di continua sbattitura.  Dopo circa tre quarti d’ora la crema del latte si trasforma in ónto (burro) che si estrae e si confeziona a forma di pân (panetto) manipolandolo per un certo tempo per farne uscire la nida (latticello). Nella buona stagione il panetto si avvolgeva in foglie di lavazo (romice). Il latte della mungitura del mattino si portava in latteria, quello della sera era destinato a usi domestici immediati.  L formài (Il formaggio) Il foghèr (aiutante del mistro) prepara la legna necessaria per riscaldare il latte mentre il mistro pulisce l’interno della ciodéra (caldaia). Si versa il latte nella caldaia che viene appesa alla musa (braccio di sostegno) sopra il fuoco. Il mistro comincia a meśdà (mescolare) il liquido con il mêscul (mestolo, lungo bastone con una rotella all’estremità) e ne controlla sul termometro galleggiante la temperatura che deve raggiungere i 36°. A questo punto il mistro toglie la caldaia dalla fiamma viva e vi versa il conàio (caglio) ottenuto dallo stomaco del vitello seccato e disciolto nell’acqua. Il liquido dopo circa venti minuti comincia a rapprendersi formando il late pió (la cagliata) che il mistro riduce in minuti frammenti dapprima usando una céza (mestolo bucato) e poi un apposito mêscul (frangi cagliata) per farla precipitare sul fondo della caldaia. Indi la caldaia viene rimessa sul fuoco vivo per portarla a circa 42°. Il mistro continua a mescolare la massa in modo che la temperatura sia uniformemente distribuita al suo interno e soprattutto che questa non si scotti sul fondo della caldaia.  Raggiunta la temperatura desiderata, la caldaia viene tolta dalla fiamma viva e si procede all’estrazione della cagliata depositatasi sul fondo. Ciò richiede l’intervento di due persone e l’ausilio di una stecca di legno e di un telo. Il prodotto racchiuso nel telo viene messo in uno scàtul (fascia di legno) posto sul tàbio (tavolo inclinato con scanalature ai bordi per scolare il formaggio e la ricotta). Lo scàtul viene serrato il più possibile; la massa viene ben pigiata con le mani in modo da spurghé fòra l scólo (farle perdere la parte acquosa cioè il siero); poi le si sovrappone un peso (una pietra) per una mezz’ora, dopo di che la forma viene rigirata sottosopra per lo stesso trattamento.  La scôta (La ricotta) Lo scólo (siero del latte) rimasto nella caldaia con l’aggiunta di quello recuperato dalla spremitura della cagliata viene portato alla temperatura di circa 90°; allora vi si versa la ténpra che è un miscuglio di aceto, sale amaro e acqua, con l’effetto che la scôta (ricotta) viene a galla. Con la céza il mistro la racco- glie e la mette in un telo a mo’ di sacco tenuto a quattro mani dallo stesso casaro e dal suo aiutante. Nella caldaia resta un siero di colore verdastro, chia- mato porón, alimento per i maiali. La ricotta avvolta nel telo viene posta sul tàbio a scolare spremen- dola con un tagliere di legno mentre si recupera in un secchio il siero che ne cola. Un tempo la ricotta prendeva una forma quasi ovale mettendola in un sacchetto di tela apposito. </text>
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La buona quotazione del legname dei boschi e le rimesse degli emigranti permisero questa imponente operazione di risanamento che cancellò irrimediabilmente l'antico volto dei paesi. &#13;
Gli edifici furono ricostruiti avendo a modello le palazzine residenziali dei centri urbani, mentre le stalle-fienili furono ricostruite fuori degli abitati. &#13;
Solo in alcuni casi, come a Costalta, si rispettò l'antico impianto urbanistico e i nuovi edifici furono riposizionati sui vecchi, così da permetterne la lettura. &#13;
Inoltre molte case furono risparmiate dall’operazione in considerazione che il paese era sorto sulle pendici di un terreno “instabile” e quindi soggetto a movimenti che avrebbero reso l’edificio in muratura meno sicuro dal punto di vista della stabilità.&#13;
Consideriamo poi che l’edificio di legno costruito con la tecnica blockbau (a castello) si adatta più facilmente all’instabilità del terreno e, nei casi più gravi, consente di essere “smontata” e ricostruita su un terreno più stabile, per questo le travi erano numerate e contrassegnate per facilitare l’operazione.</text>
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                  <text>La Casa Museo “Angiul Sai” di Costalta, una frazione di San Pietro di Cadore (BL), è un fabbricato ligneo tra i più interessanti del paese, realizzato con l’antica tecnica a Blockbau ovvero “a castello”: in esso sono state recuperate le vecchie stanze adibite ora a museo etnografico e valorizzate come esempio dell’architettura rurale alpina.</text>
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                <text>Cibo simbolo della cucina della montagna era composto, prima dell'introduzione del mais, da farine di vari cereali: grano saraceno, miglio, orzo. Era più tenera per essere consumata in casa con latte e intingoli, formaggio o insalata; più dura per essere portata sui luoghi di lavoro lontano da casa. Il suo nome assurse ad indicare lo stesso mangiare: “andiamo a polenta". Una variante della polenta era il môs nella composizione del quale al posto dell'acqua c'era il latte.</text>
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                <text>Vetrina di suoni legati alla fienagione. Le vallate nella stagione estiva si riempivano di suoni particolari che derivavano dalle varie attività stagionali della fienagione. All'interno del filmato un piccolo gioco per cercare di scoprire i suoni tipici di ogni attività con l'inserimento della dizione in italiano e in dialetto Comeliano.</text>
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                <text>AFFILATURA E BATTITURA DELLA FALCE&#13;
&#13;
Nei periodi della fienagione per ogni dove si udiva frequente il caratteristico suono della battitura del filo della falce (bat la fàuze) con gli appositi strumenti chiamati batfàuze o batadêire cioè del lancui (piccola incudine) e martél (martello). &#13;
&#13;
L’incudine era di due tipi a seconda fosse destinata a essere infissa su un supporto di legno (sénta) oppure sul linbodlùs dal tabié (soglia del fienile) o invece piantata direttamente nel terreno. In questo secondo caso presentava una corona di scère (anelli) per evitare che affondasse.&#13;
&#13;
In fase di battitura si immerge frequentemente il martello nell’acqua per zalì (acciaiare) il taglio, cioè la batadura. &#13;
&#13;
Questo avveniva al termine di ogni giornata di lavoro o nelle pause poiché le asperità del terreno (sassi, affioramenti di roccia ecc.) deformavano il filo. &#13;
Durante la falciatura si affilava il taglio con la códe (cote) che l’operatore portava nel cudêi (astuccio portacote) appeso alla cintura, nel quale la cote era mantenuta bagnata per un’affilatura più efficace. La pietra da cote proveniva da cave locali.</text>
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                <text>Catalogo mostra tematica "Légne e fêgn, ogni bêgn" testo di Piergiorgio Cesco Frare - &lt;a href="http://www.casamuseoangiulsai.it/www.casamuseoangiulsai.it/Costalta_di_Cadore.html"&gt;Sito internet museo&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Già ab antiquo alcune superfici d’alta montagna erano riservate solo allo sfalcio presentando un tappeto erbaceo più folto e ricco che sarebbe stato poco economico destinare al pascolo. Il fieno di monte, anche perché ritenuto assai energetico, era molto ricercato talché, nella fascia compresa tra il pascolo dei bovini in basso e quello degli ovini in alto, non v’era fazzoletto di prato appena raggiungibile che non fosse oggetto di cure e sfruttamento come falciativo. Le Regole (formate dalle famiglie originarie del territorio) concedevano i prati di alta quota in usufrutto ai capifamiglia, dopo averli suddivisi in colnéi 'colonnelli’ costituiti da una lunga striscia di prato disposta ortogonalmente alle curve di livello. Non essendovi confini segnati sul terreno, per individuare il singolo lotto si faceva riferimento al fucé ovvero alla lunghezza del manico della falce, il quale aveva una misura standard di circa 1,8 m. Il colnél cominciava in basso con una larghezza di due o tre fucés e in alto poteva raggiungere anche quella di cinque unità per adattarsi all’eventuale conformazione ad anfiteatro del terreno. La fienagione in monte cominciava verso il 15 di agosto festa dell’Assunta (la Madòna d Agósto) secondo la consuetudine antica. Infatti, l’articolo 35 del làudo del Comun di Oltrerino (San Pietro di Cadore) dell’anno 1575 dispone che “nessuno ardisca segar herbe nel pascolo del commune né in montagna avanti tempo cioè avanti la festa di santa Maria del mese d’agosto, e se alcuno contrafarà, li sia levata senza rimissione la penna di soldi cinquanta ed il fieno segato sia del commune”. In tempi recenti questa norma poteva conoscere deroghe in relazione all’andamento meteorologico. Falciare sulle ripidissime pale richiedeva molta accortezza per non scivolare sull’erba umida del mattino e, in certi casi, era necessario calzare una sorta di ramponi detti grife o stafête (CERCA NELLA SEZIONE STRUMENTI). In tali condizioni di estrema ripidezza del terreno era anche molto difficile segare l’erba tenendo la falce fienaia per le maniglie e occorreva impugnarla per il fucé a mo’ di falcetto. Sulla sòla, il tappeto erboso uniforme prodotto dalla costante falciatura, si poteva camminare a piedi nudi ma le rodlarêse 'donne addette a rastrellare l'erba segata' affrontavano i pericolosi pendii scalze togliendosi le tarale 'zoccoli' e affondando gli alluci nel manto erboso. Estratto dal Quaderno n° 1 del &lt;a href="http://www.casamuseoangiulsai.it/www.casamuseoangiulsai.it/Costalta_di_Cadore.html"&gt;Museo Àngiul Sai&lt;/a&gt; di Costalta “Montagne d’erba” a cura di Piergiorgio Cesco Frare [nella foto gli addetti alla fienagione con sullo sfondo le strisce dei colnéi]</text>
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                <text>La stùa era l'unico locale dell'abitazione esente da fumi e di temperatura gradevole anche nei periodi più rigidi, grazie sia alla presenza del fórno sia alla favorevole esposizione verso sud. Era il cuore della casa: luogo di giochi di bimbi, di riposo di uomini dopo le dure attività agricole e boschive, di racconti di vecchi affabulatori e di discreti corteggiamenti di giovani pretendenti. &#13;
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                  <text>La Casa Museo “Angiul Sai” di Costalta, una frazione di San Pietro di Cadore (BL), è un fabbricato ligneo tra i più interessanti del paese, realizzato con l’antica tecnica a Blockbau ovvero “a castello”: in esso sono state recuperate le vecchie stanze adibite ora a museo etnografico e valorizzate come esempio dell’architettura rurale alpina.</text>
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                <text>Un utile integrazione al reddito familiare era dato anche dai prodotti delle piccole industrie domestiche.  Esse servivano innanzitutto a soddisfare le necessità familiari senza ricorrere a merci provenienti dall'esterno, ma potevano divenire anche una forma lucrosa d'impiego dei lunghi tempi di inattività dovuti ai rigori invernali. &#13;
Così alcuni ambienti della casa si trasformavano in laboratori di filatura e tessitura, di falegname e di intagliatore, di cestaio e via così in mille piccole attività. &#13;
La stùa era l'unico locale dell'abitazione esente da fumi e di temperatura gradevole anche nei periodi più rigidi, grazie sia alla presenza del fórno sia alla favorevole esposizione verso sud. Era il cuore della casa: luogo di giochi di bimbi, di riposo di uomini dopo le dure attività agricole e boschive, di racconti di vecchi affabulatori e di discreti corteggiamenti di giovani pretendenti. &#13;
Ma soprattutto la stua era il luogo dei lavori femminili, in primo luogo la filatura della lana e del lino prodotto nei campi attorno al paese; infatti ogni famiglia aveva un campo a lino. &#13;
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