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                  <text>Il Museo Surrealista Regianini di Costalissoio (Costa del Sole) è dedicato in maniera permanente all’opera pittorica del Maestro Luigi Regianini (1930-2013). Costituisce uno dei più interessanti poli attrattivi turistici e culturali della zonaLa sua importanza ed unicità poggia sul fatto che, a differenza degli altri musei sul territorio, non è una raccolta di cimeli del passato, ma un contenitore che, sotto la voce surrealismo, raggruppa messaggi importanti riguardanti le varie problematiche dell’uomo contemporaneo, il suo mondo interiore ed i vari aspetti della realtà che lo circonda. E’, quindi, un ambiente museale al servizio di chi, amatore d’arte, desidera recepire messaggi di alto valore culturale ed artistico.</text>
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                <text> ”COSTRETTI” A EMIGRARE O “SCELTA" DI RIMANERE IN MONTAGNA?</text>
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                <text>      &#13;
Dopo una breve disanima del problema “andare via o... rimanere?”, presentiamo un quadro di L. Regianini su come sarà  futuro in città per quelli che emigrano. L’Artista sembra voler dire: “Ma sapete cosa vi aspetta?”.&#13;
&#13;
ANDARE VIA... O RIMANERE?&#13;
I nuovi “costretti” a emigrare sono, soprattutto, i giovani laureati con varie specializzazioni. Prendiamo, ad esempio, un laureato in bioingegneria abitante in Comelico. Sicuramente (e parliamo di un caso concreto) a Santo Stefano di Cadore non trova un lavoro confacente con la sua laurea, per cui si guarda intorno, si ricorda che da studente ha frequentato l'Erasmus in Spagna, a Madrid, e che gli era piaciuto molto. Decide, così,  di partire per la città spagnola, dove conosce amici che si era fatto con l'Erasmus e che potrebbero aiutarlo a integrarsi. Dobbiamo dire che due cose “influenzano”, in particolare, le scelte dei giovani: gli studi fatti in città e le esperienze di studio all'estero. Appena laureati, fanno fatica a tornare stabilmente nel paese di origine, dove per loro diventa difficile trovare un'occupazione, anche perché non si adattano ad accettare qualsiasi offerta, allora ... partono. Da sottolineare il fatto  che in passato erano pochi giovani locali che si laureavano, mentre  oggi sono molti. Qualche giovane, però, decide di rimanere e di vivere in montagna, accettando lavori sul posto o mettendosi in proprio, organizzando un'attività (vedi, ad esempio, a Costalta il progetto “ Adotta una mucca”, con vendita di prodotti on line). In questi settori, soprattutto, si creano, in Comelico, “nuovi lavori”: turismo, manifatture, allevamento, conduzione di aziende agricole, agriturismo.&#13;
      &#13;
UN MONITO... UN’OPERA di Regianini&#13;
      &#13;
Presentiamo un quadro emblematico, intitolato  “Milano... domani ". Il Pittore sembra voler rivolgere un monito ai giovani montanari: “Se potete, non andate  a vivere in città! Vivere li’, nel caos, con limitati rapporti interpersonali, è disumano! E il futuro... eccolo!”.&#13;
In effetti, in questo dipinto, che fa da contrasto con il paesaggio bucolico illustrato nell’hashtag #LandscapeofLife, egli presenta una visione apocalittica sul futuro del capoluogo lombardo. Macché tram, autobus, metrò o automobili: la Milano come la immagina il Maestro, potrà essere attraversata mediante l'impiego di comuni liane, come ai tempi di Tarzan, semplicemente perché l'attuale metropoli lombarda apparirà come un'immensa e intricata giungla, al di sopra della quale spiccheranno, in netto contrasto, ma assai malinconicamente, la più alta guglia del Duomo, con un accenno della Madunina, e un pezzo di Pirellone, un po' diroccato e più o meno inclinato quanto la Torre di Pisa. L'attraversamento di questa Milano, naturalmente, sarà possibile soltanto con le liane, sempreché in città ci sia ancora vita, cosa che per ora è da ritenersi molto improbabile. Nell'eventualità di una Milano viva, comunque, occorrerà regolare il traffico, anche se questo avviene tra un gruppo e l'altro di alberi. Ammettendo la sopravvivenza del calcio, ad esempio, i  tifosi non diserteranno certamente i vari incontri in programma allo stadio già San Siro,  per cui, è assai probabile che venga attuato un servizio di "liane speciali" in grado di trasportare gli sportivi sul luogo della contesa pedatoria. Certo, le forze dell'ordine, in caso di disordine, dovranno essere presenti anch'esse, magari armate di tutto punto con tronchi e rami della giungla milanese. Ma Milano, per essere sempre Milano, dovrà avere ancora la Borsa, mentre non sarà un dramma se, invece dei soliti... canali televisivi, i “cittadini” dovranno accontentarsi dei... torrentelli, che scorrono ai piedi di ciclopiche piante.</text>
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                  <text>Il museo etnografico di Seravella rappresenta un punto di riferimento nella conoscenza e nello studio dell’etnografia bellunese, grazie alle numerose attività di ricerca che vengono svolte al suo interno e per le interessanti iniziative volte alla diffusione della conoscenza del patrimonio tradizionale locale. Il museo etnografico stimola interessanti riflessioni sul significato di vivere in montagna, sulle pratiche e le consuetudini di questo territorio così particolare. Materiali sonori, filmici e fotografici affiancano sapientemente documenti cartacei e reperti oggettivistici, rendendo il percorso espositivo un’esperienza capace di coinvolgere persone di ogni età. &lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-etnografico-della-provincia-di-belluno-e-del-parco-nazionale-dolomiti-bellunesi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;&lt;/a&gt;</text>
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              <text>SICURAMENTE DONNE&#13;
CERTAMENTE AVVISTATE NELLE DOLOMITI...ECCO A VOI LE ANGUANE!&#13;
&#13;
Per la settimana dei Musei delle Dolomiti dedicata a #DONNEDOLOMITICHE , oggi vogliamo parlare delle misteriose Anguane....&#13;
&#13;
Non è facile caratterizzarle... le descrizioni infatti sono a volte parecchio diverse, talvolta contrastanti...&#13;
Abbiamo chiesto ai ragazzi delle #scuolemedieNievodiBelluno di descriverle dopo aver ascoltato le testimonianze orali raccolte dal Museo nel nostro territorio.&#13;
Ogni gruppo doveva presentare la carta di identità delle Anguane. Il risultato ci ha divertito molto: c'è chi le rappresenta come donne giovani, bellissime e dai lunghi capelli, chi ci racconta di zoccoli al posto dei piedi, chi di piedi girati al contrario, chi di donne anziane dai seni così pendenti da rischiare di inciamparsi, chi dice che si incontrano solo vicino a specchi d'acqua.&#13;
Insomma la realtà è che questi esseri mitici, presenti in numerose leggende dell'arco alpino e non solo, hanno davvero delle fattezze diverse a seconda delle leggenda, dei narratori, dei luoghi.&#13;
Di certo qualche elemento comune lo possiamo trovare in ogni narrazione. Primo tra tutti: le Anguane sono sempre figure femminili!&#13;
E voi? Conoscete qualche storia di cui le Anguane sono protagoniste? Le avete mai incontrate?!?&#13;
&#13;
#DOLOMYTHICWOMEN #DONNEDOLOMITICHE #DOLOMYTHISCHEFRAUEN</text>
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                  <text>Il museo etnografico di Seravella rappresenta un punto di riferimento nella conoscenza e nello studio dell’etnografia bellunese, grazie alle numerose attività di ricerca che vengono svolte al suo interno e per le interessanti iniziative volte alla diffusione della conoscenza del patrimonio tradizionale locale. Il museo etnografico stimola interessanti riflessioni sul significato di vivere in montagna, sulle pratiche e le consuetudini di questo territorio così particolare. Materiali sonori, filmici e fotografici affiancano sapientemente documenti cartacei e reperti oggettivistici, rendendo il percorso espositivo un’esperienza capace di coinvolgere persone di ogni età. &lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-etnografico-della-provincia-di-belluno-e-del-parco-nazionale-dolomiti-bellunesi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Le balie erano giovani donne che, tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, si recavano ad allattare, dietro compenso, i figli delle famiglie aristocratiche e borghesi delle città del Nord Italia.&#13;
&#13;
Questo significava lasciare a casa il proprio figlio di pochi mesi, che veniva precocemente svezzato con latte di mucca o di capra diluiti. Quando era fortunato, riceveva il latte di un’altra donna del paese. Purtroppo, a volte succedeva che non riusciva a sopravvivere per problemi gastrointestinali.&#13;
&#13;
Si può immaginare il dolore di queste madri al momento della partenza, il disagio per la forzata ritenzione del latte durante il viaggio, la difficoltà a inserirsi in un ambiente completamente diverso da quello a cui erano abituate, la nostalgia di casa.&#13;
&#13;
Le balie rimanevano lontane da casa per circa un anno.&#13;
Il rientro in paese non era semplice soprattutto per la difficoltà di ricucire i legami affettivi, allentati dalla lontananza, specie con i figli piccoli che non riconoscevano più la madre. Tra l’altro, molte balie si trattenevano nella stessa famiglia come balie asciutte, prolungando di molto l’assenza da casa. L’esperienza migratoria cambiava queste donne: parlavano l’italiano, sapevano cucinare, avevano accumulato esperienze e idee diverse.&#13;
&#13;
Il ricorso alle balie da latte raggiunse il suo acme nel periodo fascista, quando la chiusura delle frontiere ridusse l’emigrazione maschile, gettando molte famiglie in uno stato di miseria. La diffusione del latte in polvere e le trasformazioni sociali contribuirono ad accelerare la fine di questa peculiare emigrazione, per noi oggi difficilmente concepibile, intorno agli anni Cinquanta del Novecento.&#13;
&#13;
Nel nostro museo, che vi invitiamo a visitare, due sale parlano interamente di questa storia. Nelle vetrine sono esposti alcuni abiti delle balie, una sorta di divisa, con prevalenza cromatica del bianco, con gli svolazzanti grembiuli di tulle e pizzo, le camicie ricamate, i gioielli vistosi di filigrana e corallo. Inoltre potrete ascoltare le testimonianze orali di queste #donnedolomitiche .&#13;
&#13;
Per approfondire: "Le balie da latte. Una forma peculiare di emigrazione temporanea", 1984 a cura di D.Perco&#13;
Nella foto: una balia in abito tipico. Archivio MES</text>
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                <text>Ci uniamo agli amici dei musei dolomitici per partecipare alla nuova edizione della campagna #dolomitesmuseum.&#13;
In questa prima settimana si parla di #storieapiedi.&#13;
Di storie e suggestioni di cammini ne sono piene le nostre biblioteche ma il cammino di cui vogliamo parlarvi è La Via di Schener, protagonista del libro di Matteo Melchiorre, edito da Marsilio.&#13;
Un'appassionante ricostruzione storica dell'impervia strada fra le montagne che collegava il Feltrino al Primiero, il mondo della Serenissima Repubblica di Venezia a quello tirolese.&#13;
Il libro è un brillante e ironico connubio tra ricerca di archivio, consultazione delle preziose fonti orali, esplorazioni sul posto: leggetelo e vi sembrerà di aver percorso voi stessi questa tortuosa mulattiera, rischiando la vita tra gole e strapiombi per trasportare magari alcune botti di vino.</text>
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                <text>Ai miei tempi'... Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase dai nostri nonni? Quanto ci sembrava lontana l’epoca nella quale il cibo scarseggiava e si aveva un solo cappotto per tutto l’inverno? Prendiamo Adelina: 90 anni e una memoria di ferro. Lei si ricorda bene che, da bambina, patate, polenta, fagioli e latte (...con il sale!) erano tutta la sua alimentazione. Come poteva, quindi, dimenticare la prima volta che assaggiò una banana e una tavoletta di cioccolato?! Volete scoprire altri racconti di...altri tempi? &#13;
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                <text>Associare i nomadi digitali alla montagna è ancora cosa rara. Certo, l'immagine classica del nomade digitale all'ombra della palma caraibica non potrebbe essere rispettata, ma la libertà di poter lavorare dalle Dolomiti vivendo di tutto ciò che questo territorio può dare per me era un sogno. &#13;
Un lavoro 100% remoto, la possibilità di lavorare seguendo i miei ritmi e una fortissima passione per la montagna e la vita all'aria aperta. &#13;
Ed è così che mi sono trovata a vivere circondata dalle splendide crode di Padola, spalando neve ogni due giorni e bramando lo sbucare silenzioso dei crocus. Sono arrivati come una rivoluzione ed era arrivato anche il momento per me di spostarmi. Falcade, Gosaldo, Borgo Valsugana e ancora Sappada. &#13;
La connessione che ogni tanto salta, una mail urgente che non parte, la spesa grande da fare una volta alla settimana, i corrieri che non arrivano. &#13;
Montagne che danno, montagne che prendono. Perché se è vero che fare la spesa è più complicato è vero anche che ci sarà sempre un vicino di casa pronto a bussarti alla porta regalandoti le uova delle sue galline. Se è vero che internet non prende sempre come dovrebbe è anche vero che ogni tanto un blackout improvviso può anche aiutare a ritrovare il giusto ritmo. &#13;
Quella stretta al cuore per le piccole grandi abitudini che ti mi ero creata ed è il momento di ripartire, con la consapevolezza che tornerò. &#13;
Il cuore torna sempre a Casa, qualsiasi forma abbia. </text>
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                <text>Le antiche vie ferrate sparse lungo le Dolomiti e dal grande valore alpinistico e storico sono state recuperate per dar vita ad un percorso dove gli appassionati di montagna provenienti da tutto il mondo potranno incontrarsi. Questa nuova Alta Via è stata inaugurata nel 2018. (&lt;a href="http://www.loscarpone.cai.it/news/items/dolomiti-senza-confini-la-prima-alta-via-che-unisce-italia-e-austria.html"&gt;Vedi l'articolo&lt;/a&gt; apparso sullo Scarpone).&lt;br /&gt;Unire l’Italia all’Austria nel segno dell’alpinismo: è questo l’obiettivo di “Dolomiti senza confini”, la prima Alta Via transfrontaliera che unisce diverse vie ferrate già esistenti, dodici per l’esattezza. Sparsi a cavallo tra i due Paesi, questi percorsi attrezzati rappresentano una tappa irrinunciabile per gli appassionati di arrampicate e di trekking a lunga distanza, meta ideale non solo da un punto di vista sportivo, ma anche storico. Il progetto nasce per dare vita all’interno dell’area denominata Dolomiti Live a un percorso alpinistico che superi le barriere amministrative e nazionali e che renda possibile godere della bellezza del paesaggio alpino in tutta la sua interezza. Nove le tappe praticabili, destinate a escursionisti esperti e non. Diversi i partner del progetto, promotori dell’attività di comunicazione e promozione di Dolomiti Senza Confini: la Provincia di Belluno, Leadpartner, Alpenverein Austria, il Club alpino italiano e l’Associazione Turistica Sesto. Il percorso interessa ben 17 rifugi alpini nelle province di Belluno, Alto Adige e del Tirolo orientale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per approfondire visita il &lt;a href="https://www.dolomitisenzaconfini.eu/it/"&gt;sito dedicato&lt;/a&gt;.</text>
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&#13;
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                <text>Nelle zone di montagna, fin dall’antichità il fuoco è stato il vero fulcro della casa, attorno al quale si organizzava lo spazio abitabile; nel territorio di Cortina, che presenta un clima invernale più rigido rispetto ad altre parti della provincia, si è assistitito ad un’evoluzione differente dei locali abitabili, a partire dalla cucina.&#13;
Questa diversa evoluzione si è sviluppata anche grazie all’influsso culturale dell’area ladina presente a Nord / Nord Ovest, a confine con il Sud Titolo.&#13;
Anticamente ci si scaldava mediante il larìn, un focolare aperto appoggiato a una parete della cucina. Ma questo antico modo di riscaldare la parte abitabile delle case rurali si è ben presto evoluto in una cucina con il focolare aperto, successivamente sostituito dalla cucina economica detta anche sporer (sparherd) e un locale di soggiorno chiamato stua, nel quale è presente il classico fornel. Insieme alla cucina, ra štùa rappresentava il centro della casa, il fulcro della vita familiare, il luogo di ritrovo della famiglia, dove ci si riuniva nelle lunghe e fredde sere d’inverno.&#13;
Il locale era interamente foderato in legno d’abete o cirmolo, decorato da colonne intagliate e capitelli. Il soffitto era anch’esso foderato il legno, generalmente con disegno a cassettoni e con al centro un rosone decorativo intagliato. El fornèl era rigorosamente in muratura e a cupola, appoggiato a una parete e circondato dalla panca in legno; di solito era racchiuso in un telaio in legno, fatto di piccole colonne e traverse in legno, con un ripiano sora - fornèl dove ci si poteva distendere e dove, spesso, prendevano posto i bambini. Il materiale refrattario con il quale si costruiva il fornel era generalmente una pietra calcarea cavata nella zona del passo Falzarego.</text>
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                <text>Foto di un "fornel"  (stile ladino o ampezzano)</text>
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                  <text>L’intuizione di destinare l’antico palazzo dei vescovi di Feltre a museo diocesano ha origine durante l’episcopato di Vincenzo Savio (2001-2004) e si traduce presto in un progetto teso al recupero - nella prima fase dei lavori - dell’ala orientale dell’edificio. Alle finalità di tutela e valorizzazione delle opere di arte sacra presenti nel territorio, il museo affianca numerose iniziative didattiche e divulgative quali mostre, convegni, conferenze, concerti e laboratori per le scuole.</text>
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                <text>Quasi a tutti sarà capitato di assistere ad una Santa Messa, almeno una volta nella vita.&#13;
Un momento molto significativo è il rituale dello “scambio del segno di pace” che richiede a tutti i partecipanti di stringere la mano alle altre persone; un gesto che assume un senso eucaristico in quanto ci si lascia donare la pace da Cristo e la si trasmette ai propri vicini.&#13;
C’è stato un tempo in cui “la pace” non era solo un gesto simbolico ma una presenza concreta: una tavoletta, spesso in lamina d’argento, incisa frontalmente con immagini sacre, che veniva offerta al bacio dei fedeli come segno di riconciliazione. &#13;
Il loro utilizzo fu sospeso dopo il Concilio Vaticano II. Pochi sono gli esemplari rimasti in Provincia, in quanto oggetto nei secoli di un florido mercato. &#13;
Al Museo Diocesano Belluno Feltre ne ritroviamo ben otto tra cui quella rappresentante una “Pietà” e proveniente dalla Parrocchia di Castion (BL).&#13;
Una curiosità: Lo sapevate che il nome di questo rituale deriva dal “bacio di pace”, tipico saluto dei primi cristiani che sottolineava la comunione col prossimo? Quali baci di riconciliazione vi vengono in mente? E quali, al contrario, si sono dimostrati “traditori”?</text>
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