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                <text>Avete mai visto un mulino ad acqua? Certamente sì se abitate nelle Dolomiti. Di mulini ce n'erano in tutti i paesi e anche nelle frazioni. E non solo per il poco grano o frumento che veniva coltivato nei campi, ma tanto per quello che veniva barattato o acquistato in pianura. Un tempo non si acquistava, come ora, la farina, magari sottovuoto, già pronta solo da mettere in pentola. Si acquistava o barattava il grano che veniva poi macinato nei mulini dei paesi. A #Cimolais si ricordano ben 4 mulini di cui uno ancora oggi visibile, anche se adibito a casa di abitazione. I mulini sorgevano sulle rogge dove era possibile trovare, tramite, l'acqua la forza motrice per far girare la ruota e quindi le macine, di pietra, visibili sempre nel nostro Sentierodeimulini. &#13;
Il Sentiero dei Mulini  ripercorre la storia e la localizzazione di mulini che in Cimolais si trovano lungo la roggia che costerggiava il Cimoliana.&#13;
 Il primo mulino è quello della fam. di Protti Luigia ed è sttao riconvertito a casa abitazione. &#13;
L’altro è quello di proptietà di Protti Antonio Silvio, che abbiamo recuperato e risistemato, un terzo è andato perso. Sono stati posizionati 2 cartelli con la descrizione dei mulini&#13;
L’acqua, risorsa disponibile in abbondanza, ha permesso che Cimolais si dotasse, almeno per un periodo della sua storia, di ben quattro  mulini. L’ultimo a cessare l’attività, dopo alterne vicende, negli anni Quaranta, si trova all’altezza dell’abitato, orami riconvertito ad abitazione privata.&#13;
Di un secondo mulino, posto sulla sponda sinistra della Roggia Cimoliana, ci attesta l’esistenza una mappa – purtroppo mutila – del 1849. Indicato in essa come Vecchio Molino, lo ritroviamo citato nel 1897 nei documenti di Felice Protti Meo, co-proprietario della segheria di Cimolais e falegname. Di proprietà della famiglia, l’edificio è denominato Molino da granturco ora dirocato. Lo stesso Felice Protti nel 1898 liquiderà con il Molino e campo alla croce una cambiale nei confronti di Matteo Bressa fu Osvaldo.&#13;
Un terzo edificio adibito alla macinazione si trovava nel presente sito; ne rimangono purtroppo solo le tracce delle mura perimetrali e due macine. Indicato nella mappa del 1849 come Molino Protti Dionisio, venne distrutto definitivamente dall’alluvione del 1928, dopo aver già subito i danni di quella del 1882. Se mancano al riguardo altre testimonianze scritte – le date di fondazione, come i nomi dei primi proprietari, si perdono in un indistinto passato – possiamo ancora rivivere, grazie alle memorie di chi per ultimo ha visto funzionare macine e setacci, alcuni frammenti di un mondo perso per sempre. E magari sentire per un attimo il veloce precipitare dell’acqua sulle pale, o trovarci tra i capelli uno sbuffo di farina, dono dei preziosi chicchi di mais o frumento, e conquista tenace di un “saper fare” radicato nel tempo.&#13;
Attingendo ai ricordi di famiglia, la signora Luigia Protti, i cui genitori gestirono per ultimi il mulino posto più a valle, narra a proposito del Molino Protti Dionisio:&#13;
«C’era un altro mulino a Cimolais. Era su lì, prima della sega, è rimasta ancora la macina. Quando è venuto  giù il Sciol del Fer era in pericolo. Eran due tre famiglie,  il mulino, era di due tre padroni. Han fatto di tutto per veder di parar via l’acqua, e invece…l’acqua l’ha portato via. Eran rimasti in piedi i muri, ma un po’alla volta…».&#13;
Un altro sicuramente lungo il Sciol della Tremenigia di proprietà della famiglia Lucchini.&#13;
Dei mulini di Cimolais oggi rimangono qualche frammento di mura e due macine del Molino Protti Dionisio. Poco, è vero, ma abbastanza perché il ricordo, non poi così lontano, ancorandosi a delle testimonianze materiali possa parlarci ancora a lungo. Di acqua che scende dalle montagne, di carri che, trainati dalle donne, risalgono la Valcellina carichi di pannocchie, di sacchi di iuta colmi, non forse di farina, ma certo di storia.&#13;
&#13;
L’ULTIMO MULINO DI CIMOLAIS&#13;
«Macinavamo sia farina da polenta che farina di fiore. Quella di fiore non si poteva passarla per le scatole che giravano, sennò si ingombravano, perché in tempo di guerra si macinava anche la segala. E allora s&#13;
i macinava apposta a mano la farina per fare il pane. Macinavamo tanta biava, il frumento era più un lusso. Andavano le donne a procurarselo… a volte si andava a castagne su per Castelmonte, e poi le portavamo giù in pianura a barattare col grano, o con le pannocchie. Quando portava il sacco al mulino, la gente voleva dare i soldi, e allora mia mamma diceva: – Nella caldera non si mettono i soldi, meglio la farina! -. Ci portavano su anche i fagioli, per pagare, in cambio della macinazione».&#13;
Le parole di Luigia Protti, la cui famiglia gestì l’ultimo mulino di Cimolais, quello posto più a valle, ci descrivono in sintesi il ciclo produttivo della macinazione, basato su una tecnologia essenziale (una ruota con pale azionata dall’acqua muove, grazie ad un albero di trasmissione, la macina in pietra, segue quindi la setacciatura manuale con il tamìs), fino alla vendita del prodotto finale, eventualmente trattenuto in parte dai mugnai come compenso.&#13;
«Il mulino era di gente di qui, poi è andato in fallimento e nessuno lo voleva, e un prete, don Bassi, lo ha preso lui, e ha messo dentro un certo Piero Redivo, da Roveredo. Questo qui aveva tanta testa, questo Redivo, e ha tirato su tutto un fabbricato per metter su la corrente, che in Valcellina non c’era, con la dinamo. Era nel Ventiquattro, Venticinque. E ha fatto la luce per tutto il paese».&#13;
Un esperimento che purtroppo non durò a lungo, soppiantato dalla centrale di Claut. Il mulino continuò però ancora per alcuni anni la sua attività:&#13;
«Poi siamo andati giù noi, corrente non c’era più, erano rimasti tutti gli impianti, ma era un disastro, laggiù. Sarà stato nel Trentaquattro, Trentacinque, che siamo andati giù, Trentasei. Quando mancava l’acqua, si fermava anche il mulino, e allora mio papà doveva andar dentro per la valle, dove era rotta la canaletta».&#13;
Nelle circostanze critiche del periodo bellico il mulino diviene meta privilegiata dei partigiani in cerca di approvvigionamenti e ospitale nascondiglio di fortuna per i giovani del paese in fuga dai tedeschi.&#13;
«È stata dura, perché dovevi macinare di notte, e si mettevano su gli stracci neri perché non si vedesse la luce, c’era il coprifuoco e dovevi stare attenta. Dopo la guerra si lavorava poco, e abbiamo chiuso subito, non valeva la pena continuare».&#13;
Ormai chi deve macinare mais o frumento si reca a Claut, o più spesso ad Erto. Ma il mondo è in rapida trasformazione, e con la fine dell’economia di sussistenza anche i piccoli mulini di paese sono destinati ad andar via via scomparendo.&#13;
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                <text>In tempi in cui la povertà, le guerre e le pestilenze decimavano molte persone, i cimoliani, e, sentivano la necessità di ringraziare i Santi e la Madonna per aver scampato un pericolo o aver superato delle difficoltà.&#13;
Sono sorte  a Cimolais, come in altri dolomitici , numerose chiesette, all’ingresso e lungo le vie del paese e nelle stradine che conducevano ai prati, dedicate a Santi o alla Madonna; la maggior parte per un voto, altre su resti di sacelli  già esistenti. &#13;
Fra le più importanti ricordiamo le chiesette di San Bellino, San Floriano, la Chiesetta Alpina, le Aneme, le Crositte, Sant’Osvaldo e i capitelli della Madonna Addolorata, di quella di Fatima, di Lourdes, del Crocifissio, di Sant Antonio del Bresin e di Sant’Antonio della Valle. &#13;
Nei campi e nei prati, troviamo anche le croci rogazionali, punti di sosta nelle tre rogazioni che annualmente si tenevano anche a Cimolais per invocare la  benedizioni sui raccolti e la liberazione da ogni male, pestilenza terremoti, fulmini e tempesta. L’Associazione, ormai da tre anni,  ripercorre nel mese di luglio ed agosto, gli antichi sentieri per ricordare la tradizione millenaria di una comunità rurale che basava il proprio sostentamento sui prodotti della terra.  &#13;
Attraverso una ricerca storica ed una raccolta di testimonianze sulla devozione popolare di un tempo che, anche grazie alla sensibilità dei cimoliani che hanno mantenuto in buono stato questo patrimonio, posso essere  visibile ancora oggi.&#13;
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                  <text>Lis Aganis Ecomuseo Regionale delle Dolomiti Friulane nasce su impulso dell'Iniziativa Comunitaria Leader + nell'agosto 2004. L'Associazione conta oggi oltre 60 soci (Comuni, Istituti Comprensivi, l'UTI delle Valli e delle Dolomiti Friulane, il Bacino Imbrifero Montano del Livenza, Consorzi Pro Loco e Associazioni Culturali) e una trentina di Cellule tematiche inserite nei percorsi ecomuseali acqua, sassi e mestieri. Le cellule ecomuseali sono luoghi in cui ognuno può vivere esperienze ed emozioni, partecipare a laboratori, acquisire conoscenze e saperi... sentirsi protagonista del territorio per conservare e mantenere vivo il patrimonio della Comunità locale.</text>
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                <text>Furlan Lucia, classe 1900, nata a Cimolais da Furlan Giovanni ( Giari) e Protti Teresa.&#13;
Più grande di lei aveva un fratello, Domenico, morto nella 1' guerra mondiale.  Già nel 1901 la famiglia si è trasferita in Germania, ad Aquisgrana, dove gestivano una locanda frequentata da operai cavatori italiani e anche cimoliani. Li sono nate anche le sorelle Emma e Lisa. Lucia e i suoi fratelli hanno frequentato le scuole d'obbligo tedesche.&#13;
Nel 1914, alla vigilia della guerra, il governo tedesco ha fatto rimpatriare tutti gli italiani.&#13;
Ritornati così a Cimolais, si sono resi subito conto di quanta miseria c'era, a differenza del modesto benessere al quale erano abituate.&#13;
Infatti, rispetto alla popolazione che si abbigliava in modo essenziale: UN IN TAL DOS E UN IN TAL FOS, cioè due abiti a testa, uno addosso e uno a lavare nel fosso, loro avevano di che cambiarsi e apparivano più  eleganti. Allora a Cimolais tutti vestivano in modo tradizionale, tutti allo stesso modo, e se anche un semplice grembiule non aveva le tasche, Teresa, per praticità se ne cucì una, suscitando le critiche delle vicine di casa.&#13;
Comunque, anche la mamma Teresa, per sostenere la famiglia che stava consumando le ultime provviste..."no l'è pi farina in tal banc''...non c'è più farina nel banco, dovette riprendere l'antico mestiere di ambulante e già nel 1915, durante uno di questi faticosissimoi percorsi, perse la vita a Spilimbergo, partorendo un maschietto che morì  anch'esso.&#13;
Rimaste orfane, Lucia dovette sobbarcarsi tutti gli oneri di una donna di casa...e non fu facile sopportare la durezza della nuova realtà. Anche perché, successivamente suo padre decise di risposarsi con una donna di Casso. Da questa nuova unione,nacque nel 1924 Domenico.&#13;
Ma, i rapporti con la matrigna non furono mai buoni.&#13;
Lucia si sposò con  Protti Giobatta nel 1925, mentre le sorelle Emma e Lisa si trasferirono a Trieste.&#13;
Lucia e Giobatta abitavano nella casa dei genitori di lui, falegnami di professione. Tra i vari matrimoni e le nascite raggiunsero il numero di 12 componenti.&#13;
Poi la sistemazione al mulino.&#13;
Nel mulino, Lucia si dimostrò la più occulata nella gestione dell'attività, il marito, pur essendo grande e forte lavoratore, non aveva grandi doti da commerciante...&#13;
Durante la seconda guerra mondiale, Lucia, che ancora parlava, leggeva e scriveva correttamente il tedesco si dimostrò utile e preziosa, intervenendo a sanare e aiutare più volte i paesani nelle varie dispute  con gli ufficiali e i soldati tedeschi che nel frattempo avevano occupato il paese. Specialmente durante gli episodi di rastrellamento...scongiurando il rischio di deportazioni e fucilazioni. Sempre durante il periodo  bellico si rese disponibile, assieme marito di prendere custodia una cassetta di averi, datale da una famiglia di ebrei che si erano rifugiati a Cimolais (come avevano fatto altre famiglie semite), questi non sentendosi più al sicuro decisero di andare altrove. Solo mia mamma fu messa al corrente di questa cassetta, nascosta sotto il pollaio. Finita la guerra, i superstiti di questa famiglia tornarono per riavere il loro oggetto e nel ritrovarlo </text>
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                <text>il Capitello di Sant'Antonio del Bresin a Cimolais costruito dalla Sig.ra Vedova Oliva nel 1922 è legato ad una storia molto particolare che ci ha raccontato il nipote Antonio Morossi &#13;
il capitello votivo di Bresin, dedicato alla SS. Trinità a Sant’Antonio Abate è stato inaugurato nel 1922 e fu eretto da mia nonna Vedova Oliva a ringraziamento per essere riuscita a superare una molto grave difficoltà. Infatti mio nonno, suo marito, era all’ospedale con una grave malattia che poi lo ha portato alla tomba, quindi mia nonna si trovò sola con una bambina di sette anni (mai madre) e un’altra che doveva ancora nascere. L’Ospedale che aveva ricoverato mio nonno a tutela e garanzia del suo credito aveva ipotecato tutti i suoi beni. Dopo pochi mesi dalla nascita della seconda bambina ed allo scopo di poter far fronte ai propri impegni verso l’ospedale, decise di partire col carretto e le due bambine, una con una cordicella di traino e l’altra ancora in fasce. Certamente una decisione non facile. Le  donne del paese la sconsigliarono…”muore la bambina così piccola in giro per il mondo ….” Pur apprezzando le raccomandazioni, ma ignorandole per l’assoluta necessità, rispose loro che cimiteri ce n’erano dappertutto e, con ferma determinazione, partì. Dopo aver pagato il suo debito cominciò a raccogliere i sassi della “grava” e costruì il capitello. I suoi eredi, certo con molte minori fatiche, lo ristrutturarono e completarono. </text>
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                  <text>Ciastel de Tor, famoso per la sua caratteristica torre e nel XIII secolo sede del giudizio “Thurn an der Gader”, è luogo di riferimento della cultura degli oltre 30.000 ladini, uniti nella loro identità da due elementi essenziali: la lingua derivata dal latino volgare e lo straordinario paesaggio montuoso delle Dolomiti. Dal 2001 il Ćiastel ospita il museo provinciale ladino. Esso fornisce preziose informazioni sulla geologia, archeologia, storia, lingua, sul turismo e artigianato artistico delle cinque valli ladine.&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museum-ladin-ciastel-de-tor/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Il Museo Ladins Ursus ladinicus è dedicato alla storia delle Dolomiti e alla loro formazione geologica, ma anche ad un antico abitante di questi territori: l’orso delle caverne che viveva nei boschi delle Dolomiti 40.000 anni fa. All’interno del museo è stato ricostruito l’habitat dell’Ursus ladinicus, con numerosi reperti originali e installazioni video e addirittura la grotta delle Conturines, dove l’orso è stato ritrovato. Il museo, durante i periodo di apertura, ospita inoltre diversi eventi culturali.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-ladins-ursus-ladinicus/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Vero è che, camminando, spesso la nostra predisposizione d’animo può cambiare e rilassarsi. In questo caso però è l’atto stesso del camminare e la meta del percorso che portano la soluzione, ovvero una benedizione sul raccolto e sulla quotidianità contadina.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;“Jí en Jeunn” è un pellegrinaggio alla vecchia sede vescovile di&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;&amp;nbsp;Sabiona,&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;la cui origine sembra possa essere datata già intorno il 1250&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;. &amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Ogni tre anni, di solito intorno alla metà di giugno, centinaia di uomini di tutte le comunità della Val Badia partecipano alla processione di tre giorni camminando oltre i passi verso Santa Maddalena, attraverso la Val di Funes fino alla Chiesa Santa Croce sulla collina di Sabiona vicino a Chiusa in Valle Isarco e ritorno. Istituita come "supplica" in un periodo segnato da terribili disagi causati da calamità naturali ed epidemie o come "ringraziamento" per la fede cristiana, questa tradizione continuerà a vivere in futuro, una professione di fede degli uomini ladini.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Scopri di più al&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.museumladin.it/downloads/test_por_la_mostra_de_jeunn-ita.pdf"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;https://www.museumladin.it/downloads/test_por_la_mostra_de_jeunn-ita.pdf&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;O leggendo le pubblicazioni del museo:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;- La processione a Sabiona, Opuscolo pubblicato in occasione della mostra sulla processione a Sabiona a cura del Museum Ladin, 2003&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;- Jì en Jeunn - Geschichte und Mythos: Die Wallfahrt der Gadertaler Pfarreien nach Säben, Craffonara Lois, Museum Ladin, 2006&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Solvitur ambulando, es löst sich beim Gehen.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Es stimmt, dass sich unser Gemütszustand beim Wandern auffrischt und die Seele entspannt. In diesem Fall sind es jedoch das Gehen und das Ziel, die zur Lösung führen, zum Segen der Ernte und des täglichen Lebens.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;“Jí en Jeunn” Die ersten Pilgerzüge zum alten Bischofssitz nach Säben fanden bereits um 1250 statt. An der dreitägigen Fußwallfahrt über die Jöcher nach St. Magdalena, anschließend durch das Villnösser Tal bis zur Hl.-Kreuz-Kirche auf dem Felsen von Säben über Klausen im Eisacktal und wieder zurück, nehmen jedes dritte Jahr, in der Regel um Mitte Juni, heute noch hunderte Männer aus allen Gemeinden des Gadertals teil. Als „Bittgang“ während einer Zeit geprägt von schrecklichen Nöten durch Naturkatastrophen und Seuchen oder als „Danksagung“ für den christlichen Glauben entstanden, wird diese Tradition als Glaubensbekenntnis der Gadertaler Männer noch in Zukunft weiterleben.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Mehr dazu&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="https://www.museumladin.it/downloads/test_por_la_mostra_de_jeunn_DEU.pdf"&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;https://www.museumladin.it/downloads/test_por_la_mostra_de_jeunn_DEU.pdf&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;oder in den Publikationen des Museums:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;- Der Kreuzgang nach Säben, Broschüre zur Ausstellung über den Kreuzgang der Gadertaler nach Säben im Museum Ladin, 2003&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;- Jì en Jeunn - Geschichte und Mythos: Die Wallfahrt der Gadertaler Pfarreien nach Säben, Craffonara Lois, Museum Ladin, 2006&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</text>
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                <text>Museum Ladin Ciastel de Tor y Ursus ladinicus&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Foto: Freddy Planinschek, archivio fotografico Museum Ladin Ciastel de Tor</text>
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                <text>&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Questo antichissimo sentiero lungo ca. 20 km attraversa a mezza costa sia la zona di Laion e di San Pietro sia la Val Gardena e termina al Passo Gardena.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Si parte a Laion, dove presso la collina del Wasserbühel esisteva un abitato sin dal Neolitico.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-weight: 400;"&gt;Il sentiero continuava sopra Tschövas e Tanürz, anch’essi luoghi abitati fin dalla preistoria per raggiungere l’abitato di San Pietro.&amp;nbsp; Da qui il sentiero è ben documentato e si cammina su una strada asfaltata fino a un grande fienile dove un tempo si trovava il maso Ranatsch che oramai non esiste più. Da lì inizia la salita ripida su un sentiero impervio che attraversa prima una grande frana con enormi blocchi per poi raggiungere la parete scoscesa di porfido del Rasciesa. Qui si passa solo sulla scala di legno chiamata “Katzenleiter” che sarebbe la “scala del gatto”. Dopo la salita si attraversa il bosco del Rasciesa che si trova sopra Ortisei e si arriva al Col Ciarnacei, luogo molto misterioso dove tempo fa si teneva un mercato del bestiame. Da qui si passa per una località chiamata Furnes dove si trovano ancora dei resti di forni per la calce (furnes = forni) per raggiungere il lato opposto della valle dove si attraversa la frana della Gran Roa per arrivare al Monte Balest sopra Ortisei. Nei pressi del Balest è stato rinvenuto un pugnale risalente all’età del Bronzo, forse depositato lì come offerta votiva. In questa zona doveva trovarsi anche l’antico castello di Stetteneck, poi effettivamente scoperto sul Colle di Pincan ai piedi del Monte Balest (1823 m). Il sentiero continua per il lech da Lagustel, un piccolo laghetto anch’esso frequentato fin dalla preistoria per arrivare al Maso Runcaudie da dove si scende verso Selva. Qui all’entrata della Vallunga si trova il rudere del castello di Wolkenstein e dall’altra parte della valle su una collina esisteva probabilmente una piccola torre di avvistamento perché quella collina si chiama “sai uedli” che significa “presso gli occhi”. Da questi due punti si controllava tutta la valle. Il Sentiero sale poi verso il Passo Gardena attraversando il Plan de Frea, una zona pianeggiante coperta da pascolo dove si trova il grande masso del Plan de Frea, sotto il quale abitavano i cacciatori del Mesolitico ca. 9000 anni fa. Al Passo Gardena termina il tratto del sentiero chiamato Troi Paian, ma naturalmente da lì il sentiero continuava in Val Badia.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</text>
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                <text>#walkingtales&amp;nbsp;#storieapiedi &lt;br /&gt;Ogni sentiero ha delle storie da raccontare, dipende da chi guarda però, che storia venga raccontata. Nel Fanes (Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies), un geologo leggerà la storia della terra durante il mesozoico, un paleontologo ascolterà la storia di bivalvi e addirittura, guardando il Conturines, di orsi delle caverne. Un sognatore vedrà invece apparire davanti a sé i personaggi delle Leggende delle Dolomiti. Nel Fanes infatti è ambientata la saga di Dolasilla, Eydenet, Luyanta, Spina de Mul, Moltina e di tanti altri personaggi. Che ci sia un legame tra le caverne degli orsi delle caverne e il mondo sotterraneo delle marmotte narrato nelle leggende? Chi lo sa… Ad ogni modo: a te che storia racconta?&lt;br /&gt;Approfondimenti: - Museum Ladin Ursus ladinicus: Guida breve https://www.museumladin.it/it/pubblicazioni.asp?somepubl_page=2 - Gli orsi spelèi delle Conturines, Gernot Rabeder - Fanes: I monti pallidi. Storie e leggende delle Dolomiti, Karl Felix Wolff foto: Freddy Planinschek, Doris Rubatscher - archivio fotografico Museum Ladin Ciastel de Tor campagna social&amp;nbsp;#dolomitesmuseum&amp;nbsp;-&amp;nbsp;Museo Dolom.it&amp;nbsp;e&amp;nbsp;Dolomites UNESCO #walkingtales&amp;nbsp;#geschichtenzufuß Jeder Pfad hat Geschichten zu erzählen, unterschiedliche Erwartungen hat der Zuhörer. Im Fanes-Gebiet (Naturpark Fanes-Sennes-Braies) wird der Geologe von der Entwicklungsgeschichte der Erde während des Mesozoikums angelockt, der Paläontologe wird die Geschichte der Fossilien oder sogar des Höhlenbären beim Blick auf die Conturines-Höhle hören, und dem Träumer werden die Figuren der Legenden der Dolomiten erscheinen: Dolasilla, Eydenet, Luyanta, Spina de Mul, Moltina und viele andere fantastische Figuren. Waren die Höhlen der Bären mit der unterirdischen Welt der Murmeltiere, von der in den Legenden erzählt wird, verbunden? Wer weiß ... Wie auch immer: Welche Geschichte erzählt Dir dieser Weg? Nähere Informationen: - Museum Ladin Ursus ladinicus: Kurzführer https://www.museumladin.it/it/pubblicazioni.asp?somepubl_page=2 - Gli orsi spelèi delle Conturines, Gernot Rabeder - Fanes: I monti pallidi. Storie e leggende delle Dolomiti, Karl felix Wolff Foto: Freddy Planinschek, Doris Rubatscher - Fotoarchiv Museum Ladin Ciastel de Tor Social Media Kampagne&amp;nbsp;#dolomitenmuseum&amp;nbsp;</text>
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                <text>#WalkingTales&amp;nbsp;#storieapiedi  La Valle dei Mulini a Longiarü è un bel posto per passeggiare. La storia che il ruscello popolato da mulini ci racconta, è la storia di gente che conosceva la natura, la rispettava, e di gente che doveva farsi bastare quel poco che riusciva a produrre. Grandi lavoratori. Ma la chiave del successo, è stato capire la risorsa fondamentale della socialità: insieme si vince. Ne sono ancora testimoni le “viles”, antichi abitati nei quali più famiglie vivevano cooperando e condividendo. Ma si sa, una bella litigata è sempre dietro l’angolo…  Tra le attività offerte dal museo, c'è anche la visita alla Valle dei Mulini https://www.museumladin.it/it/attivita.asp  foto: Doris Rubatscher campagna social&amp;nbsp;#dolomitesmuseum&amp;nbsp;-&amp;nbsp;Museo Dolom.it&amp;nbsp;e&amp;nbsp;Dolomites UNESCO #WalkingTales&amp;nbsp;#geschichtenzufuß  Das Tal der Mühlen in Campill ist ein idyllischer Wanderort. Die Geschichte, die der Bach an den Mühlen erzählt, ist die Geschichte von arbeitsamen Menschen, die die Natur kannten, respektierten und mit knappen Gütern auskommen mussten, die sie selber produzierten. Großartige Arbeiter, die den Schlüssel zum Erfolg bereits kannten: die Kooperation - gemeinsam profitieren alle mehr. Die "Viles", alte Siedlungsstrukturen, in denen mehrere Familien zusammen lebten, arbeiteten und teilten, beweisen es. Jedoch ist auch bekannt, eine Streiterei steht hinter der Ecke ...  Für jene, die interessiert sind, bietet das Museum geführte Wanderungen durch das Mühlental https://www.museumladin.it/de/sonderinitiativen.asp  Foto: Doris Rubatscher Social Media Kampagne&amp;nbsp;#dolomitenmuseum&amp;nbsp;-&amp;nbsp;Museo Dolom.it&amp;nbsp;und&amp;nbsp;Dolomites UNESCO</text>
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                <text>#WalkingTales&amp;nbsp;#storieapiedi  Se la natura dissemina capolavori e storie nascoste lungo i nostri percorsi, è vero anche che la persona ci si ingegna. In questo specifico caso parliamo di land art. A pochi passi dal museo si sviluppa la “Val dl’Ert”, dal ladino Valle dell’Arte, che è un parco di sculture. Si tratta della mostra permanente delle sculture acquisite durante le ultime edizioni del concorso d’arte SMACH. Qui le storie ci sono state nascoste apposta. Cosa avrà voluto dire l’artista? Di più al link https://www.smach.it/art-park  CONOR MCNALLY, “CIASA”, SMACH edizione 2019 foto: Gustav Willeit -&amp;nbsp;www.guworld.com  campagna social&amp;nbsp;#dolomitesmuseum&amp;nbsp;-&amp;nbsp;Museo Dolom.it&amp;nbsp;e&amp;nbsp;Dolomites UNESCO #WalkingTales&amp;nbsp;#geschichtenzufuß  Wenn die Natur mit Meisterwerken und verborgenen Geschichten übersäet wird, ist klar, dass der Mensch bemüht ist, sein Bestes zu geben. In diesem speziellen Fall sprechen wir von Land Art. Wenige Schritte vom Museum entfernt liegt die "Val dl'Ert", vom Ladinischen „Tal der Kunst“, ein Skulpturenpark. Es ist die Dauerausstellung der Kunstwerke, die während der letzten Ausgaben des SMACH-Kunstwettbewerbs erworben wurden. Hier liegen die Geschichten absichtlich im Verborgenem. Was wollte der Künstler uns erzählen?  Mehr dazu https://www.smach.it/art-park  CONOR MCNALLY, “CIASA”, SMACH Ausgabe 2019 Foto: Gustav Willeit -&amp;nbsp;www.guworld.com  Social Media Kampagne&amp;nbsp;#dolomitesmuseum&amp;nbsp;-&amp;nbsp;Museo Dolom.it&amp;nbsp;-&amp;nbsp;Dolomites UNESCO</text>
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