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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Non serve tornare tanto indietro nel tempo, basta arrivare a metà ‘900. Si cominciava da giovani a lavorare nei boschi, anche a 14 anni; spettava ad una persona adulta, con esperienza e soprattutto con tanta pazienza, insegnare il mestiere. Fin da giovanissimi ai ragazzi veniva spesso affidato il compito di ripulire il bosco dalle ramaglie e dalle cortecce lasciate al suolo dai boscaioli dopo il taglio; e così, spesso accompagnati dalle madri, con gerla in spalla o carretti, lasciavano di buon mattino il paese per raggiungere a piedi il bosco da ripulire. La foto che vi proponiamo oggi, il cui ingrandimento è esposto nel Museo del legno e della Segheria Veneziana di Aplis (Ovaro), ritrae un ragazzo impegnato della pulizia del bosco e fa parte dell’archivio del fotografo Giuseppe Schiava, vissuto a Sutrio tra il 1879 e il 1963. Alcuni ragazzi diventavano boscaioli o, finché erano ancora troppo giovani per sostenere il duro e pericoloso lavoro nei boschi, garzoni tutto fare. Com’era il lavoro nel bosco allora? Si cominciava a lavorare alle 7 di mattina e si finiva alle 5 di sera, da aprile a novembre, neve permettendo. Se il bosco era vicino ci si alzava anche alle 5 del mattino per raggiugerlo a piedi e si rincasava a sera finita la giornata. Ma se il bosco non era vicino casa i boscaioli rientravano a casa solo alla fine della settimana, di sabato. Ma dove si preparavano colazione pranzo e cena? e dove dormivano? Nel casone (“casòn” come viene chiamato in Carnia). Il Casone veniva costruito dagli stessi boscaioli subito fuori dall’area da disboscare, possibilmente in una radura. Per la sua costruzione veniva utilizzata materia prima proveniente dal bosco stesso e l’edificazione richiedeva giorni di fatica. Una volta terminati i lavori di esbosco il casone poteva essere smontato senza lasciare traccia e ricostruito altrove, seguendo l’avanzata dei lavori. Insomma, l’impatto ambientale era prossimo a zero e il riutilizzo massimo! Si trattava di un alloggio la cui dimensione variava a seconda del numero di boscaioli che doveva ospitare, era ad un piano, poco più alto di 2 m e a base rettangolare, formato da tronchi scortecciati grossolanamente e squadrati lunghi anche 20 metri disposti uno sopra l’altro e incastrati ai quattro angoli. Le fessure tra i tronchi venivano coperte con muschio così da assicurare un minimo di isolamento termico, soprattutto durante i mesi più freddi, quando non erano da escludere possibili nevicate. Il tetto a spiovente a coperto da scandole (tegole in legno generalmente in larice) o scorza. Oltre alla porta d’ingresso non vi erano altre apertura o finestre. All’interno del casone c’era un’unica stanza che fungeva da cucina e dormitorio con al centro il focolare per preparare il cibo e riscaldare l’ambiente. La preparazione e la distribuzione del cibo era un’attività importantissima. Spettava sempre al più giovane della squadra, lo “scoton” (garzone tutto fare), il compito di alzarsi presto al mattino e raggiugere una vicina malga per prendere il latte per la colazione e a mezzogiorno portare il cibo preparato dal cuoco nel casone. A fine della giornata, dopo cena, tutti attorno al fuoco alla luce della lampada a petrolio, giocavano a carte e raccontavano storie per passare il tempo e per sentire meno il peso della fatica. Chissà a quanti in quelle sere sentivano la mancanza degli affetti più cari e il calore del fuoco del focolare domestico. Ma il tempo passava e presto avrebbero riabbracciato la moglie, i figli, sarebbero andati a ballare nelle feste di paese con gli amici, si sarebbero trovati per una chiacchierata in piazza dopo la messa della domenica, avrebbero passeggiato per le vie del paese… &lt;br /&gt;Per visitare la pagina dedicata al Museo del legno e della Segheria Veneziana di Aplis clicca &lt;a href="https://www.carniamusei.org/museo.html?entityID=653"&gt;qui&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;Per la Veneziana “Siê da Fuce” Paluzza clicca &lt;a href="https://www.carniamusei.org/museo.html?entityID=3166%20"&gt;qui&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;Per visitare Museo delle Arti Popolari di Tolmezzo clicca &lt;a href="https://www.carniamusei.org/museo.html?entityID=416"&gt;qui &lt;/a&gt;</text>
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&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Oggi vi facciamo venire l’acquolina in bocca…Chiudete gli occhi e immaginate un crostino spalmato con pesto di aglio orsino e perché no…..magari accompagnato da una fetta di formaggio caprino. Un antipasto perfetto! Dite la verità, vi state leccando i baffi!&#13;
Già! Questa è la stagione della fioritura dell’aglio ursino (nome scientifico Allium ursinum L.), pianta piuttosto diffusa in ambienti umidi e ombrosi dalla pianura agli ambienti submontani, e usata dall’uomo fin dall’antichità per le sue caratteristiche culinarie le sue proprietà officinali.&#13;
Le foglie trovano largo uso in cucina per gustose minestre, frittate, sughi e insalate, ideale per aromatizzare patate lesse o per arricchire una pasta aglio, olio e peperoncino. Nella medicina popolare le foglie fresche hanno proprietà antisettiche, ipotensive, depurative e diuretiche.&#13;
Ma non solo l’uomo apprezza le proprietà di questa pianta. Pare che anche l’orso ne faccia buon uso, un vero toccasana come ricostituente e depurativo una volta terminato il periodo di letargo. Realtà o leggenda? Chissà, però intanto questo aglio si chiama orsino… e non a caso.&#13;
ATTENZIONE. Su una cosa mettono sempre in guardia gli appassionati botanici (nonché fantasiosi cuochi) che accompagnano i gruppi a vistare l’Orto Botanico della Polse di Cougnes, di fare molta attenzione perché è facile confonderne le foglie con quelle di specie molto velenose come il mughetto o colchico d'autunno.&#13;
Un consiglio, se raccogliete piante ad uso alimentare fatevi sempre accompagnare da un esperto! E ricordate si usano solo le foglie, NON IL BULBO, inutile estirpare tutta la pianta!&#13;
&#13;
Link per visitare la pagina dedicata all’orto botanico della Polse di Cougnes: https://www.carniamusei.org/museo.html?entityID=440&#13;
&#13;
#DolomitesMuseum&#13;
#differentimes&#13;
#iorestoacasa&#13;
#laculturanonsiferma&#13;
#inclinedliving</text>
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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>“Dal trist timp e da tempiesta, dal flajel dal teremot, da fan e da vuera liberanus Domine” (Dal brutto tempo e dalla grandine, dal flagello del terremoto, dalla fame e dalla guerre liberaci Signore) è l’invocazione, insieme alle litanie dei Santi, che accompagna ancora oggi la processione dei fedeli durante la ROGAZION DA PLÊF DI GUART (Rogazione della Pieve di Gorto).&#13;
&#13;
Una tradizione che affonda le proprie radici nei secoli, documentata già dal ‘600 e che, negli ultimi decenni, per ragioni sconosciute, era stata abbandonata.&#13;
Da trent’anni, grazie agli allora parroci della Pieve di Gorto don Lorenzo Dentesano e don Giuseppe Cargnello, la tradizione è ripresa e si è rinnovata diventando itinerante e ravvivando lo storico legame tra le comunità del Canal di Gorto. In origine la processione partiva dalla Basilica paleocristiana di S. Martino – culla della cristianità in Val di Gorto – per risalire poi il colle fino alla Pieve per la messa solenne; oggi viene ospitata di anno in anno anche nelle chiese figlie del piviere di Gorto, quindi a Ovaro, Forni Avoltri, Comeglians, Ravascletto, Sappada, Prato Carnico, Rigolato e Cercivento.&#13;
&#13;
E’ solo per questa importate occasione che la preziosa croce astile del XVI sec. custodita al Museo della Pieve esce e va incontro alle croci delle chiese “figlie” vestite a festa per ricevere il loro omaggio con il tradizionale “Bacio delle Croci”, per poi seguire la processione verso la chiesa per la messa, in un corteo festoso di nastri che si librano nell’aria.&#13;
&#13;
Le foto della Rogazione sono state gentilmente concesse da Ulderica Da Pozzo.&#13;
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&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text> In questa settimana dedicata alle # WalkingTales della campagna #DolomitesMuseum oggi parliamo dei percorsi legati alla Grande Guerra.  Vi raccontiamo di Timau (Tischlbong nella variante timavese), piccolo paese al confine con l’Austria, e dei suoi monti, teatro delle drammatiche vicende che videro la Carnia fronte della prima guerra mondiale.  Ad aiutarci in questa narrazione c’è Luca Piaquadio, direttore del Museo “La Zona Carnia durante la Grande Guerra” di Timau.  Qui tutto ci parla di storia! Il paese, il Museo, i sassi, le mulattiere, gli stavoli, i ricoveri, i ruscelli ma soprattutto le trincee, i camminamenti e le gallerie scavate in quota dai due eserciti contendenti.  La passione e il lavoro dei volontari dell'Associazione "Amici delle Alpi Carniche” di Timau, che da anni si impegnano a liberare dai detriti le numerose installazioni militari e le gallerie, hanno trasformato questi luoghi nel "Museo all'Aperto del Monte Freikofel”, raggiungibile nella bella stagione.  Così partendo da Timau e risalendo, non senza fatica, i ripidi sentieri che portano alle cime dei monti Freikofel e Pal Grande si può vivere un’esperienza davvero unica. Come ci dice Luca, “il visitatore si sente profondamente toccato, può entrare simbiosi con l’ambiente circostante, commuoversi provando ad immaginare cosa sia accaduto cento anni fa su queste bellissime cime, con un profondo rispetto per chi qui ha perso la vita”.  Questo link (https://www.youtube.com/watch?v=e5Qg5AdI1u4) vi propone il il trailer di un documentario di circa 30 minuti, realizzato dal Gruppo Speleologico Prealpino che, dal 2003 al 2019, ha realizzato la mappatura generale di tutte le postazioni sotterranee e di superficie ubicate nel territorio compreso tra i monti Freikofel e Pal Grande, per un totale di circa 10 km di percorsi sotterranei e superficiali. Il documentario nella versione integrale insieme al libro LE ISTALLAZIONI MILITARI SOTTERANEE E DI SUPOERFICE RISALENTI ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE NELL’AREA COMPRESA TRA I MONTI FREIKOFEL E PAL GRANDE, può essere richiesto al Gruppo Speleologico Prealpino. www.speleoprealpino.org , tel. 331 3721046. </text>
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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Pit luscht orbatn / Lavorare con gioia: anche la fatica di accatastare la legna per l'inverno è un lavoro meno faticoso se fatto con gioia.&#13;
&#13;
La forza delle donne sappadine protagoniste della quotidianità e nel sostentamento della famiglia, ieri come oggi.</text>
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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Camminando per i monti dell'Altopiano di Lauco, si incontrano ancora casere abbandonate con “las lòges dades denti cul pês da nêf (le strutture per il riparo degli animali sfondate dal peso della neve)”. Se si sbircia all'interno delle casere si vedono le pareti annerite dal fumo del fuoco della foghèra, segno di quotidianità lasciato dai vacjârs e dai casari nel susseguirsi delle estati in alpeggio con il bestiame.&#13;
Seguivano e seguono ancora oggi i percorsi della transumanza tramandati di generazione in generazione, si frequentavano dei luoghi precisi per tradizione e per eredità famigliare.&#13;
&#13;
Tra maggio e giugno iniziavano i preparativi per la transumanza: si abituavano gli animali al pascolo all'aperto, al movimento, perché lo spostamento in malga prevedeva un cammino di decine di chilometri con un dislivello notevole, e ad indossare il “sampogn di viaç (il campanaccio da viaggio), di dimensioni e peso superiori rispetto a quello utilizzato al pascolo. &#13;
Era usanza che fossero esclusi dall'indossare il campanaccio gli animali appartenenti alla famiglia che avesse subito un lutto durante l'anno. &#13;
Il bestiame si trovava ad affrontare un lungo periodo di : pericoli dettati dalle imprevedibilità del viaggio, dallo sfinimento per la fatica fisica dovuta al cammino in montagna e della permanenza prolungata al pascolo malattie ed incidenti. Situazioni scaturite dal reale e dall'irreale, generato dal trist voli e da dutes las maledizions (dallo sguardo malevolo e da tutte le maledizioni). &#13;
&#13;
Sul territorio di Lauco le famiglie per salvaguardare l'incolumità degli animali erano solite compiere rituali in cui magico e religioso si fondevano con funzione protettiva: avvolgevano dei pezzetti di cera benedetta e foglie di ulivo pasquale in una tela che veniva ripiegata e sistemata tra il campanaccio e la cjanive (il collare). &#13;
&#13;
Nei giorni precedenti alla partenza cercavano per il proprio bestiame una protezione divina e ne facevano richiesta al parroco: la benedizione con acqua benedetta, però non veniva in questo momento eseguita dal parroco, al quale spettava la benedizione in malga una settimana dopo l'arrivo dei malgari e delle mandrie. &#13;
Infatti “cheste benedizion a vegnerà puartade a ogni bestie, une par une, da femine plui vecje o plui important da famê che lu à domandât al plevan (questa benedizione verrà portata ad ogni bestia, una per una, dalla donna più anziana o più importante della famiglia, che avrà fatto richiesta al parroco)”, così viene raccontato, insinuando sempre il sospetto e la possibilità che venisse praticato sul bestiame uno striament (stregoneria).&#13;
&#13;
Entro il 13 giugno, giorno di Sant'Antonio da Padova, iniziava il viaggio di int e 'nemâi (persone ed animali) verso le malghe. Il momento della monticazione veniva percepito e vissuto come un'occasione di festa per le famiglie che affidavano i propri animali ai malgari: alle prime luci dell'alba gli animali radunati a Lauco si incamminavano, facendo risuonare i grandi campanacci accompagnati dai saluti e dai plausi della gente.&#13;
&#13;
In uno degli edifici storici più importanti di Lauco, sede fino agli anni ’80 della Latteria Turnaria, è stata allestita la MOSTRA PREMANENTE DELLA CIVILTA’ CONTADINA. Gli oggetti esposti, videointerviste e pannelli illustrativi raccontano le attività legate in passato alla lavorazione del latte, alla cura del bestiame, alla produzione del foraggio e all’attività malghiva.&#13;
&#13;
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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Chissà a cosa pensava Margherita del Fabbro mentre indossava la sua sottoveste bianca impreziosita dal pizzo, poi infilava le braccia nelle maniche del comès di piquet operato e se lo accomodava sul davanti. Chissà come era abituata a vestire quella gonna grigio scuro, a cui dava un tocco di colore verde quando la copriva con l'immancabile grembiule di calda lana verde o di azzurro quando allacciava invece dietro alla schiena quello di cotone. Il ravvivare lo sfondo nero con i colori vivaci della fantasia a fiori si ritrovava nel fazzoletto, che non mancava mai di annodare sulla nuca e che le contornava in ogni stagione il viso.&#13;
&#13;
Margherita è una donna vissuta tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e la metà del Novecento e lei e i suoi vestiti (li ha usati per tutta la sua vita) avevano visto e vissuto anni così estremamente intensi e lasciavano poco spazio alla fantasia.&#13;
&#13;
Sicuramente tra i suoi pensieri mai l'avrà sfiorata l'idea che quel suo abito potesse essere indossato da un'attrice su un set cinematografico, né tantomeno che quel suo quotidiano di trame ed intrecci potesse essere esposto nella Collezione Etnografica Cemùot chi èrin di Forni Avoltri, il suo paese. &#13;
&#13;
Quell'abito ormai senza di lei attraversa il resto del secolo in un armadio, gelosamente custodito, finché nel 1981 viene indossato dalla protagonista della mini serie TV intitolato “Maria Zef” (regia di Vittorio Cottafavi; interprete e sceneggiatore Siro Angeli), ispirato al romanzo scritto nel 1936 da Paola Bianchetti Drigo ed ambientato tra il Monte Cridola, il Varmost, il Monte Tudaio e Forni di Sopra, in cui Maria, è protagonista del drammatico racconto che narra con crudezza delle sorti di due giovanissime sorelle, rimaste orfane ed affidate allo zio paterno. Una storia di abbandono, di abusi e sfruttamento da cui la protagonista alla fine a suo modo trova un riscatto dalla sua condizione. &#13;
&#13;
CURIUOSITA’: il film è stato recentemente restaurato da Teche Rai e Museo del Cinema di Torino e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. &#13;
Qui il link al film https://www.youtube.com/watch?v=UrdW_w_INC8&#13;
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&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Bevanda dal gusto amaro, che ricorda quello del caffè, bevuto in purezza o mescolato al latte, era&#13;
una presenza nella cucina delle case di tutti: il caffè d'orzo.&#13;
Il caffè era un prodotto costoso, che si comprava raramente e si doveva scendere in città per poterlo acquistare. &#13;
Differentemente l'orzo era un cereale che non si faceva intimidire dai climi montani e cresceva anche nei campi della zona di Forni Avoltri (fu infatti coltivato alla fine dell'Ottocento anche a Collina ad un'altitudine di 1250 mt. s.l.m.). In cucina conosceva tanti impieghi per minestre, sotto forma di farina per il pane e macinato per fare, appunto, il “caffè d'orzo”.&#13;
&#13;
Preparare questa bevanda richiedeva degli utensili a disposizione, perché come per il caffè, anche l'orzo in chicchi andava tostato. Si utilizzava lu brustulìn, il tostino per orzo: nella sfera di metallo, che si apriva a metà, si mettevano i chicchi, poi la si richiudeva e avvicinava al fuoco del fogolâr e per stare alla giusta distanza dal fuoco e non scottarsi, era indispensabile tenerlo per il lungo manico. &#13;
I chicchi dovevano imbiondire in modo uniforme e per ottenere questo risultato non dovevano stare troppo a lungo a contatto con il fuoco ed essere continuamente tenuti in movimento. Immaginiamo che, tostando l'orzo, si creasse un effetto sonoro simile a quello di un sonaglio, che si accompagnava all'avvolgente profumo della tostatura.&#13;
Solitamente si macinava con lu masenin di volta in volta solo il quantitativo necessario per la preparazione della calda bevanda, in modo che mantenesse l'aroma.&#13;
&#13;
Qui vi proponiamo la ricetta che veniva seguita per la preparazione del caffè d'orzo:&#13;
si mette un pentolino colmo d'acqua sul fuoco, appena l'acqua si intiepidisce, vanno versati lentamente due cucchiai d'orzo tostato e macinato al momento per mezzo litro d'acqua. &#13;
Si continua a mescolare, lasciando che bolla. Infine si toglie dal fuoco il pentolino, lo si copre con un coperchio e si lascia riposare il “caffè”. Nell'attesa si pregusta il profumo che si sparge in cucina.  Prima di essere consumato va filtrato per eliminare il deposito.&#13;
&#13;
Una curiosità sul brustulìn che trovate nel museo “Cemùot chi èrin” a Forni Avoltri: è uno degli ingegnosi esempi di riuso di elementi di materiale bellico, in questo caso della Grande Guerra, per la costruzione di attrezzi da lavoro o utensili da cucina. Osservate come da due calotte di elmetto formino l'elemento a palla del tostino.&#13;
&#13;
Qui la scheda descrittiva dell'ERPAC&#13;
http://www.ipac.regione.fvg.it/aspx/ViewProspIntermedia.aspx?idScheda=11020&amp;tsk=BDM&amp;idAmb=120&amp;tskP=MCF&amp;idSchedaP=69&amp;idsttem=4&amp;tp=vMap&amp;pNum=1&#13;
&#13;
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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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n. 29 - 33028 Tolmezzo</text>
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                <text>Cjapût di Collina di Forni Avoltri - Collezione etnografica "Cemùot chi èrin" di Forni Avoltri </text>
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                <text>Coltivare gli appezzamenti di terreno in montagna a oltre 1000 mt. di altitudine rappresenta da sempre una tenace e faticosa sfida, ancora di più se questo è proiettato ai giorni nostri. &#13;
&#13;
A Collina di Forni Avoltri cinque giovani con diverse professionalità hanno deciso di scommettere sulla coltivazione del cjapût, cavolo cappuccio nella varietà tipica della zona, perché non fosse ormai un “ricordo dei tempi che furono”, ma una realtà imprenditoriale innovativa. &#13;
Creano nel 2018 CoopMont, cooperativa agricola di comunità. &#13;
Come rendere redditizia un'impresa agricola in un territorio in cui la terra coltivabile è frammentata in fazzoletti con una molteplicità di proprietari, anche sparpagliati per il mondo dall'emigrazione, che per per svariati motivi non la coltiva da tempo e magari non è interessata a venderli o affittarli? &#13;
Viene fatto un censimento di tutte le particelle interessate e una ricerca di tutti i proprietari per chiedere loro il consenso alla coltivazione delle loro terre. Mettono assieme due ettari. &#13;
Ricevono così in concessione a titolo gratuito le superfici agricole dal Consorzio di Forni Avoltri.&#13;
Raccolgono l'eredità di quei semi antichi del cavolo cappuccio che si coltivava a Collina grazie al ruolo svolto dalla famiglia di Ciro Toch. &#13;
Nelle comunità c'è spesso chi, come i Toch, svolge il ruolo di custode dei semi antichi, chi non vuole che si perdano non solo varietà locali, ma anche la tradizione di conservarne per le semine e per tramandarli in famiglia di generazione in generazione.&#13;
&#13;
Questa varietà di cavolo-cappuccio ha caratteristiche che lo avevano fatto apprezzare anche in passato: gli abitanti ricordano che era un prodotto agricolo che vendevano bene sui mercati circostanti e arrivavano anche da lontano per poterlo acquistare.&#13;
&#13;
Se vi incuriosisce conoscere le caratteristiche e le proprietà di questo ortaggio, date un'occhiata a cosa si scrive sulla pagina dedicata &#13;
https://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/cavolo-cappuccio-di-collina/&#13;
&#13;
Vi deliziamo con alcune ricette in cui il cavolo cappuccio di Collina è il protagonista.&#13;
Si gustava crudo in insalata, tagliato sottile e condito con lis fricis, le cicciole di maiale, oppure lo si trasformava in un cibo a lunga conservazione, fermentato che permetteva di metterlo in tavola per tutto l'inverno: il craut garp. &#13;
In ogni cucina, infatti, non mancava lu tač , la particolare grattugia per affettare a strisce il cappuccio crudo, una volta tolte le foglie esterne e il torsolo. Si pongono in un tino, il brent, alternando strati di cavolo a quelli di sale; il tutto si copre prima con le foglie esterne precedentemente tolte e lasciate intere ed infine con un coperchio di legno, su cui si sistemano dei pesi, per tenere ben pressato il cavolo e si possa così avviare la fermentazione. &#13;
Il processo di fermentazione dura 40/45 giorni circa, terminato il periodo si possono utilizzare.&#13;
&#13;
Lo chef carnico Gianni Cosetti era un grande estimatore dei cappucci di Collina per il loro sapore delicato e, da ricercatore di ricette antiche, ne ha proposta una nel suo libro-racconto “Vecchia e nuova cucina di Carnia”.&#13;
Cràut di Colìne (Crauti di Collina)&#13;
Cosa serve:&#13;
1 kg di crauti, 1 cipolla, 2 cucchiai di farina 00, 1 dl di olio di oliva, 1 osso di maiale affumicato, 2 foglie di alloro, sale e pepe q.b.&#13;
Come fare:&#13;
In una pentola coperta fate bollire a fuoco basso per 90 minuti i crauti coperti d'acqua con l'osso di maiale e le foglie di alloro.&#13;
A parte in un tegame soffriggete la cipolla, finemente tritata, nell'olio, aggiungete la farina e, mescolando sovente, fate rosolare il tutto per pochi minuti; quindi versate l'intingolo nei crauti, salate, pepate e mescolate ancora per 5 minuti.&#13;
Servite caldi come accompagnamento a bolliti e carni di maiale. &#13;
&#13;
FONTI&#13;
https://friulisera.it/coopstartup-fvg-coopmont-rete-bike-fvg-e-oltre-i-grembiani-sono-i-tre-progetti-vincitori/&#13;
&#13;
https://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/cavolo-cappuccio-di-collina/&#13;
&#13;
http://www.ersa.fvg.it/cms/consumatore/prodotti/prodotti-vegetali/Cavolo-cappuccio.html&#13;
&#13;
https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/economia-imprese/agricoltura-foreste/allegati/CibarioERSAedizione2017-2.pdf&#13;
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&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>GRAZIE ALL’INTRAPRENDENZA E ALLA TENACIA DELLE DONNE, A SAURIS È RINATA LA TRADIZIONE DELLA TESSITURA.</text>
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                <text>Nella comunità germanofona di Sauris / Zahre, come nel resto della Carnia, la tessitura è stata per secoli un’attività praticata dagli uomini. I tessitori di Sauris erano artigiani specializzati che producevano i tessuti per tutta la comunità o emigravano nella pianura friulana per alcuni mesi all’anno. Gli ultimi tessitori furono attivi quasi fino agli anni ’60, periodo in cui l’intensificarsi dei contatti con le altre vallate (grazie al miglioramento della viabilità) e la possibilità di acquistare i tessuti all’esterno provocò l’abbandono della coltivazione del lino e della canapa in valle e un calo nell’allevamento degli ovini per la produzione della lana, rendendo così superflua l’opera dei tessitori.&#13;
&#13;
Questa attività così importante per l’economia e per la cultura saurana sembrava dunque non avere un futuro, finché alla fine degli anni ’70 una fortunata iniziativa non la riportò in auge. Un gruppo di giovani donne frequentò un corso organizzato dall’Istituto Regionale per la Formazione Professionale, imparando l’arte e mettendola a frutto negli anni successivi con la produzione di tappeti e arazzi per conto di un’azienda esterna. Inizialmente fu fondata una cooperativa, trasformatasi poi in una società. Negli anni ’90, infine, fu costituita ufficialmente la Tessitura Artigiana di Sauris, che è diventata un fiore all’occhiello non solo per l’economia locale, ma anche per le iniziative di riscoperta e valorizzazione del patrimonio culturale saurano che la comunità ha portato avanti negli ultimi decenni. LE TESSITRICI DI SAURIS HANNO FATTO RIVIVERE SUI TELAI A MANO IN LEGNO, SIMILI A QUELLI UTILIZZATI FINO ALLA METÀ DEL SECOLO SCORSO E ANCORA ESISTENTI, L’OPEROSITÀ E LA CREATIVITÀ DEI LORO ANTENATI e hanno messo le loro conoscenze e competenze al servizio della comunità e delle sue istituzioni culturali, collaborando, ad esempio, alle mostre sull’abbigliamento tradizionale e sulla lavorazione del lino e della canapa organizzate dal Centro etnografico di Sauris.&#13;
&#13;
Nel 2020 alla guida dell’azienda è subentrato un artigiano e l’attività è parzialmente ritornata “al maschile”, ma è grazie all’intraprendenza, alla tenacia e alla passione delle tessitrici che la tradizione tessile saurana è sopravvissuta. Proprio in questo 2021 la Tessitura di Sauris, con vari cambi di denominazione, ha festeggiato i 40 anni: un magnifico traguardo, che autorizza a guardare al futuro con speranza!&#13;
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