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                  <text>Museo Carnico delle Arti popolari Michele Gortani</text>
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                  <text>Il Museo Carnico delle Arti Popolari è il risultato del paziente lavoro di ricerca svolto dal Sen. Prof. Michele Gortani (1883-1966) a partire dal 1920. Attualmente la raccolta è allestita nelle sale del secentesco Palazzo Campeis, nel centro storico di Tolmezzo.&#13;
&#13;
Il materiale etnografico esposto, che riguarda tutti gli aspetti della vita, delle tradizioni e dell'arte della Carnia dal XIV al XIX secolo, è raccolto in trenta stanze ed è così ricco da rendere il Museo Carnico uno dei musei etnografici più importanti a livello europeo. Al suo interno alcune sale sono disposte seguendo la ricostruzione degli ambienti: si possono così ammirare la cucina col "fogolâr", la camera con armadi e cassepanche intagliati, il tinello, le botteghe degli artigiani.&#13;
&#13;
Vi sono poi specifiche sezioni dedicate ai lavori tradizionali, ai ferri battuti, ai pesi e misure, ai costumi popolari, alla tessitura, ai ricami ed ai pizzi. Di grande interesse per la storia del costume, la ricca collezione di ritratti che animano le pareti del Museo. Una sala, interamente dedicata alla religiosità popolare, documenta anche questo aspetto di fondamentale importanza nella vita quotidiana delle genti carniche. Fra le curiosità, una ricchissima collezione di maschere e una pregevole raccolta di strumenti musicali.</text>
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                <text>La Filoi: la strega di Cleulis</text>
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                <text>Nella tradizione carnica non mancano leggende legate a streghe, che molte volte erano semplicemente delle donne anziane che a causa dei loro comportamenti e azioni venivano considerate tali.&#13;
In ogni paese della Carnia viveva almeno una donna ritenuta una strega. A Cleulis, frazione di Paluzza, era molto nota la “Filoi”: una donna che si diceva avesse compiuto sia sortilegi che buone azioni.&#13;
La Filoi oltre a compiere stregonerie nei confronti di coloro che si dimostravano ostili nei suoi confronti, aveva la straordinaria capacità di trasformarsi in animale nell’ora magica tra la mezzanotte e l'una.&#13;
Un uomo di Cleulis raccontò che una notte si trovò ad assistere alla trasfigurazione in animale della donna. Quando si rese conto di ciò che aveva appena visto, seppur sconvolto dal prodigio, cercò di afferrarla per capire chi fosse, ma ogni tentativo fu vano, finché, terrorizzato, non si fece il segno della croce. Segnandosi, riuscì a riportare la creatura alle sembianze umane.&#13;
Non appena la strega si accorse di essere stata scoperta disse all'uomo: “se tu menzioni il mio nome, morirai entro l'anno. Se tu racconti il fatto soltanto, senza fare il mio nome, ti spezzerai ambedue le gambe nei boschi dell'Ungheria; se racconterai il fatto senza fare il nome, ma dirai che si tratta di una donna di Cleulis, allora rimarrai vedovo”. L'uomo fu costretto ad emigrare davvero in Ungheria, in cerca di lavoro, e là, un giorno raccontò l'episodio ai suoi compagni senza rivelare il nome della strega, ma affermando che si trattava di una&#13;
donna di Cleulis.&#13;
Tale rivelazione gli costò cara: dopo qualche giorno si spezzò le gambe a causa di un grosso tronco che lo colpì rotolando. Impossibilitato a lavorare, fu costretto a tornare a casa. Dopo pochi giorni dal rientro, sua moglie morì. L'uomo fu così sconvolto da questi avvenimenti che rivelò il nome della strega solo dopo la morte della Filoi.&#13;
Un altro episodio narra che la strega, un giorno, venuta a sapere che la sua vicina aveva appena riempito la cassapanca di farina di polenta, si recò a casa sua per chiedergliene un po'. La donna negò di averne e non gliela diede, causando l’ira della Filoi che scagliò un maleficio sulla farina riempiendola di vermi.&#13;
In entrambi gli episodi narrati, notiamo che la strega si era vendicata di persone che le avevano fatto un torto: nel caso del boscaiolo, egli non aveva mantenuto il segreto; mentre la vicina non si era dimostrata altruista.&#13;
In punto di morte la Filoi chiese l'assistenza del prete, che accettò e in seguito non rivelò mai ciò che si dissero, limitandosi ad affermare che la strega non fosse malvagia, ma che in varie occasioni si era anzi rifiutata di compiere delle cattive azioni ordinate dalla Lega Internazionale delle Fate e delle Streghe.&#13;
Durante la veglia funebre, dopo mezzanotte, arrivò un gruppo di donne vestite a lutto con il viso coperto da un tulle nero, e la gente del posto disse che erano fate e streghe. Ognuna di esse si avvicinava alla Filoi e la baciava in fronte salutandola nella propria lingua.&#13;
Ad esse si unirono poi due ragazze vestite di bianco, con una fascia a tracolla nera e il volto coperto di tulle nero. Posero dei fiori ai piedi della Filoi e scomparvero assieme alle altre donne, si dice a commemorare la defunta sul Monte Tenchia.&#13;
&#13;
Ai funerali partecipò un gran numero di persone, addolorate dalla perdita della Filoi, dimostrando quanto&#13;
ella, pur essendo una strega, avesse fatto del bene nel corso della sua vita.&#13;
&#13;
Il monte Tenchia&#13;
Il Pian delle Streghe è una radura sul monte Tenchia, luogo affascinante e misterioso. Una leggenda narra che nel Pian delle Streghe venissero organizzati incontri segreti tra le streghe del luogo e quelle germaniche, che vi si recavano a bordo delle loro scope volanti. Durante i loro ritrovi, le streghe danzavano in cerchi concentrici sui quali sbocciavano fiori di aglio orsino.&#13;
Il Pian delle Streghe viene citato anche da Carducci all'interno di Rime Nuove del 1 Agosto 1885.&#13;
&#13;
In Carnia&#13;
&#13;
Su le cime de la Tenca&#13;
Per le fate è un bel danzar,&#13;
Un tappeto di smeraldo&#13;
Sotto al cielo il monte par.&#13;
Nel mattin perlato e freddo&#13;
De le stelle al muto albor&#13;
Snelle vengono le fate&#13;
su moventi nubi d’or.&#13;
Elle vengon con l’aurora&#13;
Di Germania ivi a danzar.&#13;
Treman l’ombre degli abeti&#13;
Nere e verdi al trapassar.&#13;
De la But che irrompe e scroscia&#13;
Elle ridono al fragor,&#13;
E in quel vortice d’argento&#13;
striscian via le chiome d’or.&#13;
Freddo e nitido è il lavacro&#13;
Ed il sole anche non par.&#13;
Su la vetta de la Tenca&#13;
Incominciano a danzar.&#13;
Bianche in vesta, rossi i veli,&#13;
I capelli nembi d’or,&#13;
Che abbandonano ridenti&#13;
De li zefiri a l’amor.&#13;
Poi con voce arguta e molle,&#13;
Sì che d’arpe un suono par&#13;
Le sorelle de la Carnia&#13;
incominciano a chiamar.&#13;
Tra il profumo degli abeti&#13;
Ed il balsamo dei fior&#13;
Da le valli ascende il coro&#13;
Del mistero e de l’amor.&#13;
Su la rupe del Moscardo&#13;
E’ uno spirito a penar:&#13;
Sta con una clava immane&#13;
La montagna a sfracellar.&#13;
Quando vengono le fate,&#13;
Egli oblia l’aspro lavor;&#13;
E sospeso il mazzapicchio&#13;
Guarda e palpita d’amor.&#13;
Che le fate al travaglioso&#13;
mai sorridano non par:&#13;
Il selvaggio su la rupe&#13;
si contenta di guardar,&#13;
E talvolta un cappel verde&#13;
Ei si mette per amor,&#13;
e d’un bel mantello rosso&#13;
Ei riveste il suo dolor.&#13;
Ahi, da tempo in su la Tenca&#13;
Niuna fata non appar:&#13;
Sol la But tra i verdi orrori&#13;
S’ode argentëa scrosciar,&#13;
E il dannato su ‘l Moscardo&#13;
Senza più tregua d’amor&#13;
Notte e dì col mazzapicchio&#13;
Rompe il monte e il suo furor.&#13;
Ahi, le vaghe fantasie&#13;
Dal mio spirito esulâr,&#13;
E il torrente di memoria&#13;
Odo funebre mugghiar:&#13;
Niun fantasima di luce&#13;
Cala ormai nel chiuso cuor,&#13;
E lo rompe a falda a falda&#13;
Il corruccio ed il dolor.&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
&#13;
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                <text>Bibliografia:     • Quaglia M., Non ci credo alle streghe però..! In Carnia alla scoperta di donne dai poteri speciali, Associazione Culturale “Elio cav. Cortolezzis”, Treppo Carnico, 2001, pp. 235-238     • Primus, “La Filoi”, in Le leggende di Cleulis, La Nuova Base Editrice, Udine 1970, pp. 67-69  Sitografia:     • https://www.carnia.it/it/argomento/pian-delle-streghe/identificatore/1828     • https://www.cesareniluigi.it/carducci-in-carnia/       </text>
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&#13;
Il materiale etnografico esposto, che riguarda tutti gli aspetti della vita, delle tradizioni e dell'arte della Carnia dal XIV al XIX secolo, è raccolto in trenta stanze ed è così ricco da rendere il Museo Carnico uno dei musei etnografici più importanti a livello europeo. Al suo interno alcune sale sono disposte seguendo la ricostruzione degli ambienti: si possono così ammirare la cucina col "fogolâr", la camera con armadi e cassepanche intagliati, il tinello, le botteghe degli artigiani.&#13;
&#13;
Vi sono poi specifiche sezioni dedicate ai lavori tradizionali, ai ferri battuti, ai pesi e misure, ai costumi popolari, alla tessitura, ai ricami ed ai pizzi. Di grande interesse per la storia del costume, la ricca collezione di ritratti che animano le pareti del Museo. Una sala, interamente dedicata alla religiosità popolare, documenta anche questo aspetto di fondamentale importanza nella vita quotidiana delle genti carniche. Fra le curiosità, una ricchissima collezione di maschere e una pregevole raccolta di strumenti musicali.</text>
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                <text>La Femenate è un rito tradizionale di Paularo, nella Val d’Incarojo.&#13;
“Femenate” è un termine friulano con accezione negativa, che indica una donnaccia o strega. In questo caso, il suo significato è da ricondurre alle caratteristiche negative che idealmente vengono attribuite al “fantoccio” che viene bruciato la sera del 05 gennaio, vigilia dell’Epifania.&#13;
Si tratta di una tradizione antica che affonda le proprie radici nella cultura celtica e che si svolge come rituale per attuare una previsione sul raccolto dell’anno successivo.&#13;
È un momento molto sentito e tra i più suggestivi delle feste e dei riti del ciclo annuale. &#13;
Un’intelaiatura a forma di rombo realizzata con rami di abete fissati con chiodi, ramaglie e foglie secche viene assicurata a un bastone lungo e robusto. &#13;
Alla struttura portante vengono inchiodati rami più sottili, che permettono di sostenere un’abbondante quantità di fieno, rami di viti e fagioli secchi, ramaglie secche, residui del granoturco e altri materiali vegetali rimasti sui campi al termine del raccolto autunnale.&#13;
Una volta realizzata la struttura, essa viene sollevata in verticale attraverso l’impiego di alcune funi, e il bastone che la sostiene è fissato saldamente al terreno&#13;
Al tramontare del sole, la comunità si riunisce in cerchio attorno alla Femenate e ne attende l’accensione che viene eseguita da un giovane dell’ultima coscrizione.&#13;
Mentre le fiamme si innalzano verso il cielo, il “vecchio saggio” del paese cerca di leggere previsioni e auspici per l’anno nuovo osservando le faville e la direzione del fumo che si innalza dalla Femenate.&#13;
Il detto popolare a cui fa riferimento il saggio per la predizione cita le seguenti parole:  “Se il fum al va a jevant, l’anàda sarà bondant. Se il fum al va a tramont, cjol il sac e va pal mont” (Se il fumo va verso levante, la nuova annata sarà abbondante, ma se il fumo va a ponente, raccogli il tuo sacco e va in cerca di fortuna).&#13;
Dopo lo spegnimento del fuoco i giovani di Paularo si recano casa per casa recitando questa filastrocca: “Buine sere paronsine, nus dàiso la farine, la farine das lusignes veiso maciât il temporâl, se no lu ves maciât lu macjareis, dainus chel pôc ch'à podeis”. Chiedono farina per polenta, salame, formaggio, vino con cui verrà poi preparata la cena a cui parteciperà la comunità. Questo momento di condivisione segna la fine del festeggiamento.&#13;
Il fuoco che caratterizza il rito della Femenate a Paularo e, in generale, tutti i falò epifanici dislocati nel territorio regionale, simboleggia la rinascita, la dimensione conviviale, e si dice allontani i timori e le paure infondendo speranza e buona disposizione verso il nuovo anno.&#13;
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                <text>Bibliografia: - Nicoloso Ciceri A., Tradizioni popolari in Friuli, Chiandetti Editore, Reana del Rojale (Udine), 1982, pp. 626-631  Sitografia: - http://www.comune.paularo.ud.it/index.php?id=21911 - https://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2005/03/02/GO_09_SCUC6.html - https://www.studionord.news/a-paularo-si-brucia-la-femenate/, Fotografie di Maria Vittoria Revelant</text>
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                  <text>Il Museo Carnico delle Arti Popolari è il risultato del paziente lavoro di ricerca svolto dal Sen. Prof. Michele Gortani (1883-1966) a partire dal 1920. Attualmente la raccolta è allestita nelle sale del secentesco Palazzo Campeis, nel centro storico di Tolmezzo.&#13;
&#13;
Il materiale etnografico esposto, che riguarda tutti gli aspetti della vita, delle tradizioni e dell'arte della Carnia dal XIV al XIX secolo, è raccolto in trenta stanze ed è così ricco da rendere il Museo Carnico uno dei musei etnografici più importanti a livello europeo. Al suo interno alcune sale sono disposte seguendo la ricostruzione degli ambienti: si possono così ammirare la cucina col "fogolâr", la camera con armadi e cassepanche intagliati, il tinello, le botteghe degli artigiani.&#13;
&#13;
Vi sono poi specifiche sezioni dedicate ai lavori tradizionali, ai ferri battuti, ai pesi e misure, ai costumi popolari, alla tessitura, ai ricami ed ai pizzi. Di grande interesse per la storia del costume, la ricca collezione di ritratti che animano le pareti del Museo. Una sala, interamente dedicata alla religiosità popolare, documenta anche questo aspetto di fondamentale importanza nella vita quotidiana delle genti carniche. Fra le curiosità, una ricchissima collezione di maschere e una pregevole raccolta di strumenti musicali.</text>
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                <text> I cjarsons sono dei ravioli dolci tipici della Carnia. Le ricette antiche di dolci carnici non sono molte, perché le modeste disponibilità economiche e le materie prime a disposizione non permettevano di portare spesso in tavola un alimento non strettamente necessario come il dolce. Anche lo zucchero era una rarità costosa, più spesso sostituito da miele, uva passa o fichi secchi. Dei cjarsons esistono svariate ricette, ognuna tramandata di generazione in generazione come “l’unica autentica”. In realtà, tutte queste varianti sono autentiche, e per scoprire la loro origine dobbiamo fare un passo indietro nel tempo di almeno trecento anni, poiché la tradizione vuole che a “inventare” i cjarsons siano state le mogli dei Cramârs, i commercianti ambulanti carnici che a partire dall’alto Medioevo fino ai primi anni del Novecento partivano a piedi alla volta della Mittel Europa con un armadietto di legno - la crassigne - sulle spalle per vendere unguenti, pillole medicamentose, erbe officinali, spezie e tessuti.&#13;
&#13;
Quando in estate i Cramârs ritornavano in patria per la vendemmia e la fienagione, nei cassetti della crassigne rimaneva sempre qualche pizzico di cannella, un chiodo di garofano, della melissa secca... Per evitare lo spreco anche di quelle piccole risorse, con ingegno e fantasia le loro creative mogli allora le unirono a pere, mele, frutta secca, uva passita, a volte un po’ di costoso cacao, un cucchiaino di grappa, erbe officinali e aromi dell’orto e quello che la stagionalità offriva nel pistum, il ripieno dei cjarsons, traendo ispirazione anche dalla tradizione gastronomica tedesca e ungherese con cui i loro mariti erano entrati in contatto, variando il pistum in base agli ingredienti e anche ai gusti, passando dall’esclusivamente dolce di alcune valli al più salato per la preminenza di erbe e verdure come cipolla, bieta, spinaci o patate di altre.&#13;
&#13;
I cjarsons caratterizzavano la tavola delle Feste: Natale, Pasqua, prima Comunione, Cresima o matrimoni, quando si consumava qualcosa di diverso e più ricercato del solito menu a base prevalentemente di polenta, latticini, patate o verdure dell’orto.&#13;
Qualcuno ha detto che il pistum unisce la disgiunta unità dei carnici, e non potremmo essere più d’accordo con questa definizione.&#13;
Vi lasciamo la ricetta di una delle tante varianti di cjarsons, dal ripieno esclusivamente dolce. Ma sentitevi pure liberi di variarla in base ai vostri gusti e alla disponilbità della vostra dispensa, per entrare nel vero spirito economo e ottimizzatore carnico!&#13;
&#13;
&#13;
Dosi indicative per 4-6 persone&#13;
&#13;
Per la pasta: farina di semola, acqua bollente e sale q.b.&#13;
&#13;
Per il pistum:&#13;
&#13;
    biscotti secchi (100 gr circa)&#13;
&#13;
    scorza di limone, un cucchiaino&#13;
&#13;
    cannella, a piacere&#13;
&#13;
    prugne secche o marmellata di prugne (un cucchiaio pieno)&#13;
&#13;
    due pere piccole o una media, non troppo acquose&#13;
&#13;
    un cucchiaio pieno di uvetta passa&#13;
&#13;
    cioccolata fondente (circa 4 quadratini) o cacao amaro&#13;
&#13;
    qualche fogliolina di melissa&#13;
&#13;
    un cucchiaio raso di noci o nocciole tritate&#13;
&#13;
    grappa o rum&#13;
&#13;
Tritare insieme tutti gli ingredienti. Se l’impasto è troppo liquido, aggiungere altri biscotti secchi per evitare che cuocendo buchi la pasta facendo fuoriuscire il ripieno.&#13;
&#13;
La tradizione vuole che si prepari il pistum il giorno prima per consentire a tutti gli aromi di sprigionarsi ed esaltarsi vicendevolmente.&#13;
&#13;
Tirare la pasta, a macchina o a mano, non troppo sottile, ricavarne dei dischetti, mettere al centro del dischetto di pasta il ripieno e chiudere i cjarsons a mezzaluna o con la caratteristica forma a cappello a tre punte, chiudendo bene i bordi per impedire al ripieno di fuoriuscire durante la cottura.&#13;
&#13;
Farli bollire in acqua salata per qualche minuto, scolarli dolcemente e condirli con un trito di biscotti secchi, zucchero e cannella sul quale verrà fatto colare dell’abbondante burro fuso. Completare con una spolverata di ricotta affumicata.&#13;
&#13;
&#13;
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                <text>Il Fogolâr, dal dialetto friulano focolare, era presente in ogni cucina Carnica e oltre a garantire calore e permettere la cottura dei cibi, incarnava significati simbolici di socialità e convivialità. Il Fogolâr è ancora oggi l’elemento che più caratterizza la Carnia di un tempo, seppur da ritenersi scomparso dalla maggior parte delle case odierne. Esso rappresentava il cuore della casa, ubicato al centro della cucina, unica fonte di calore e di ritrovo della famiglia d’estate dopo aver trascorso la giornata nei campi o durante i rigidi inverni. La sua apertura su tutti i lati permetteva alla famiglia di sedersi attorno al fuoco evocando l’unità familiare, mentre il suo fuoco, oltre a garantire calore, illuminava il lavoro di filatura delle donne che si riunivano attorno al Fogolâr. La casa era, inoltre, illuminata da una fievole luce proveniente dalla Lum di Pin, una radice di pino impregnata di resina un tempo usata come materiale per illuminare le buie stanze.</text>
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                <text>Il popolo ha da sempre scandito la sua vita attraverso un calendario naturale, dove le due epoche solstiziali segnavano i momenti più intensi e dove quello dell'inverno rappresentava il periodo più ricco di significati. Le tradizioni del ceppo di Natale (zoc di Nadâl), particolarmente diffusa nel medio e basso Friuli, in Carnia si ritrova solo nel paese di Ampezzo, in quanto nell'area montana era diffuso l'uso del lancio delle rotelle incandescenti (cidulis) e della Stella luminosa. Il ceppo era solitamente di faggio, o anche di gelso, doveva avere requisiti di durata e rendimento calorico. Lo si sceglieva e si custodiva tutto l'anno. Veniva poi Sistemato sul focolare la Vigilia di Natale e acceso prima che la famiglia andasse a Madìns (da mattutino) alla messa di mezzanotte. Il ceppo doveva durare fino all’Epifania. Il giorno di Santo Stefano (26 dicembre) a Cercivento si portavano a benedire le sementi (fagioli, semi da orto, patate…), mentre a Claut, a Sauris, in Val Resia e in Val Canale il 5 gennaio, vigilia della giornata della tradizionale Stella luminosa, era usanza agitare le fiaccole nei campi per portare fertilità. I portatori dells Stella vestivano da Re Magi e ripetevano in ogni casa la loro rappresentazione, facendo ruotare la stella, percorrevano tutte le borgate del paese. A Raveo la compagnia della Stella era la stessa del Carnevale, erano tutti giovani celibi. Aveva diritto a portare la Stella quello più prossimo al matrimonio e quindi vicino all'uscita dal gruppo. A Enemonzo il rito era simile e la compagnia era detta dello scagn (sgabello). I scagnarui raggiunta l'età giusta e pagata la quota associativa potevano montâ a scagn, cioè arrogarsi il diritto di partecipare a tutte le cerimonie comunitarie.</text>
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                  <text>Situata nei pressi della Chiesa di Pesariis, Casa Bruseschi è stata, a partire dal XVII secolo, residenza della famiglia Bruseschi, una delle più antiche ed importanti del paese carnico (documenti ritrovati nell’archivio parrocchiale ci permettono di ricostruirne la storia fino almeno al XV secolo). Nel 1963, grazie al lascito dell’ultima proprietaria Dorina Bruseschi, questa testimonianza, straordinaria sia dal punto di vista architettonico che da quello etnografico, è divenuta di proprietà della parrocchia ed è stata aperta ai visitatori come “museo della casa carnica”.</text>
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                <text>La famiglia Bruseschi di Pesariis è un esempio del ceto benestante in Carnia. Nei suoi secoli di storia si sono susseguiti notai, avvocati e più tardi   coloro che si sono interessati alla filiera del legno. L'ultima erede, mancata nel 1962, ha donato la casa completamente arredata alla Parrocchia locale in modo che fosse trasformata in museo. In questo modo noi oggi possiamo fare un salto nel passato e vedere come si viveva in una casa carnica signorile nel corso del Settecento.&#13;
La cucina era la stanza più vissuta della casa, calda e illuminata dal chiarore delle fiamme del focolare. Tanti gli oggetti in bronzo, rame e ceramica, grandi e piccoli, più o meno decorati, gnuno di loro con una storia da raccontare. &#13;
Anche se la famiglia conduceva una vita agiata era legata alla vita contadina. Lo dimostrano gli attrezzi per fare il formaggio e le zangole per il burro. Il personale a servizio si occupava di questo e di curare il bestiame.&#13;
Una particolarità: questa cucina è priva di camino. Il fumo usciva dalle finestre che venivano lasciate socchiuse. A volte però questo sistema non funzionava riempimento la stanza di fumo e annerendo pareti e soffitto! </text>
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          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
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                  <text>Situata nei pressi della Chiesa di Pesariis, Casa Bruseschi è stata, a partire dal XVII secolo, residenza della famiglia Bruseschi, una delle più antiche ed importanti del paese carnico (documenti ritrovati nell’archivio parrocchiale ci permettono di ricostruirne la storia fino almeno al XV secolo). Nel 1963, grazie al lascito dell’ultima proprietaria Dorina Bruseschi, questa testimonianza, straordinaria sia dal punto di vista architettonico che da quello etnografico, è divenuta di proprietà della parrocchia ed è stata aperta ai visitatori come “museo della casa carnica”.</text>
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                <text>Le ciaspole sono oggi uno strumento popolare in montagna. Sono state concepite per poter camminare sulla neve fresca "galleggiando". Mentre oggi sono realizzate con materiali tecnologici, ramponi e cinghie regolabili un tempo erano costituite da un anello di legno al cui interno veniva tessuta una rete fatta di strisce di cuoio o corde. &#13;
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&#13;
Nelle giornate più fredde l'acqua del catino si ghiacciava e la mattina per lavarsi il viso bisognava rompere la crosta ghiacciata e le finestre erano decorate dai ricami fatti dalla brina. &#13;
&#13;
Una soluzione per scaldare il letto erano gli "scaldini",le antiche borse dell'acqua calda, contenitori in rame dove venivano messe le braci. Per evitare che lenzuola e coperte prendessero fuoco c'era una struttura in legno per tenerle rialzate. </text>
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