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                  <text>Il Museo Surrealista Regianini di Costalissoio (Costa del Sole) è dedicato in maniera permanente all’opera pittorica del Maestro Luigi Regianini (1930-2013). Costituisce uno dei più interessanti poli attrattivi turistici e culturali della zonaLa sua importanza ed unicità poggia sul fatto che, a differenza degli altri musei sul territorio, non è una raccolta di cimeli del passato, ma un contenitore che, sotto la voce surrealismo, raggruppa messaggi importanti riguardanti le varie problematiche dell’uomo contemporaneo, il suo mondo interiore ed i vari aspetti della realtà che lo circonda. E’, quindi, un ambiente museale al servizio di chi, amatore d’arte, desidera recepire messaggi di alto valore culturale ed artistico.</text>
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                <text>Un sentiero, un passo dolomitico e... un’opera di Luigi Regianini (1930-2013)&#13;
&#13;
Il pittore L. Regianini, nato e vissuto a Milano, vanta ascendenze cadorine, in quanto la madre (come anche la moglie) è originaria di Costalta di Cadore. Qui egli trascorreva, ogni anno, le ferie estive e qui aveva casa e studio, dove dipingeva osservando i paesaggi dolomitici, che conosceva bene e percorreva in lungo e in largo, per “sentieri” e per “crode”. Di essi ci ha lasciato segni tangibili nelle sue opere. Di un “cammino” a lui caro, di un valico (meta storico-turistica rinomata) , e di un’opera ad esso collegata vogliamo qui parlare.&#13;
&#13;
Il Passo della Sentinella (m 2717) è un importante e strategico luogo storico della Prima Guerra Mondiale, nelle Dolomiti orientali, sulla cresta di giunzione della Croda Rossa di Sesto-Comelico e di Cima Undici, nel punto più alto della Val Popera. Fu teatro di aspri combattimenti e di molti sacrifici compiuti da italiani e austriaci.&#13;
Luogo di eccezionale importanza logistica per il controllo di questa zona del fronte, per conquistarlo e mantenerlo, gli scontri miltari comportarono spargimento di tanto sangue. Iil Passo venne definitivamente occupato dagli italiani, nel 1916 , con un’impresa memorabile, in una regione morfologicamente asperrima e fortemente innevata, con il sacrificio di un gruppo di eroici soldati. Per complimentarsi con i nostri combattenti, giunse a Santo Stefano di Cadore, presso il Comando della Divisione, Vittorio Emanuele III, Re d’Italia.&#13;
Nella zona si trovano ancora oggi reperti bellici più svariati e nel 1983, nel ghiacciaio alto di Popera, ai piedi del Passo della Sentinella, venne rinvenuto il corpo quasi intatto di un Alpino Ignoto, conservato nel ghiaccio.&#13;
&#13;
Il valico è raggiungibile dal Rifugio Berti, m 1950, attraverso il sentiero n. 101, ben evidente ma un po’ difficoltoso nell’ultimo tratto, in circa due ore. Al Berti facilmente si arriva in circa 40’, attraverso una comoda mulattiera, dal Rifugio Lunelli, m 1569, dove si può tranquillamente parcheggiare l’auto.&#13;
&#13;
Da giovane, anche il Pittore Regianini percorse quel “cammino” e arrivò al Passo. Fu colpito dalla spettacolare vista panoramica, ma, soprattutto, dal fatto che quel luogo, ripensando ai morti di una guerra spietata, generò in lui profonde riflessioni sulla vita. E quella visione rimase indelebile nei suoi ricordi, come la percezione che si trattasse di un “luogo sacro”, idea avvalorata dalla presenza, nel valico, di una targa e di una Madonnina in bronzo, che, posta in una nicchia ricavata nella roccia, veglia e protegge i passanti. E’ divenuta il simbolo delle tante commemorazioni che da tempo qui si tengono in ricordo dei molti sacrifici versati. La Madonnina, ricavata dal bronzo di un cannone nemico, venne posta qui durante la guerra, a ricordo dei caduti.&#13;
In età matura, l'Artista interpretò quella visione del Passo come “luogo sacro” nel dipinto che presentiamo, intitolato “Il Passo dei Santi”, cm 40x50, conservato nel Museo Regianini Surrealismo di Costalissoio.&#13;
L’ambiente è protetto dalla Vergine e dai Santi (che simboleggiano i soldati morti) scolpiti dal Pittore, quasi a significare che perennemente saranno ricordati.&#13;
Nel dipinto, ai lati del sentiero, in primo piano, vediamo i Santi e, sullo sfondo, si stagliano le guglie dolomitiche dei Tre Scarperi e delle vette contigue, con diversi caratteristici torrioni, che fanno da “sentinelle”.&#13;
“Paesaggio mistico” potremmo definire quello creato dal Maestro, luogo altamente gratificante per turisti e alpinisti, ai quali sembra egli rivolgere un invito alla preghiera.&#13;
Nel quadro non vediamo la Madonnina bronzea, ma il Crocifisso e i Santi scolpiti che fanno da pendant con l’effigie reale della Vergine posta in un anfratto.&#13;
Realtà e immaginazione si fondano in quest’opera del Maestro, che viene definito il “Surrealista delle Dolomiti”, perché sugli sfondi di molte sue creazioni artistiche ha raffigurato vette e crode di questo ambiente e, sulle rocce, le figure degli antenati che invitano alla riflessione.</text>
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                <text>I “CANPANÒTE” DI COSTALTA DI CADORE&#13;
La settimana che precede S. Anna, la Santa patrona del paese comeliano, soprattutto nelle ore serali, si diffonde, a Costalta di Cadore e nei dintorni, il caratteristico e tradizionale suono dei "canpanòte". &#13;
Salgono sul campanile i "suonatori", che ripetono i movimenti cadenzati, trasmessi da generazioni, per far generare, dalle campane, il caratteristico, un po' ripetitivo, riconoscibile suono. Si capisce che è “aria di festa”, che è la settimana della Patrona. E fervono i preparativi con addobbi floreali e archi nelle stade, dove, a conclusione della ricorrenza, in serata, passa la processione con la statua lignea della Santa.&#13;
Sulla tradizione dei “canpanòte” pare non ci sia nulla di documentale nè orale. L'uso di suoni particolari, oltre al normale rintocco delle ore e dell'avviso per le Messe, era diffuso dappertutto nelle vallate della Carnia e del Cadore ed era legato alla tradizione aquileiese. "Canpanòte", in forme diverse, si odono dappertutto in Cadore, e c'era anche qui, in passato, l'uso di suonare "campane a martello" per segnalare l’arrivo di temporali, incendi e pericoli per la comunità.&#13;
La registrazione della “musica dei canpanòte” è stata effettuata a Costalta, da Paolo De Villa, uno dei “suonatori”, nella settimana di S. Anna 2013 e pubblicata su YouTube. &#13;
Puoi vedere il filmato su YouTube:   &#13;
https://www.youtube.com/watch?v=bctqeMKvR5o</text>
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                  <text>Il Museo Surrealista Regianini di Costalissoio (Costa del Sole) è dedicato in maniera permanente all’opera pittorica del Maestro Luigi Regianini (1930-2013). Costituisce uno dei più interessanti poli attrattivi turistici e culturali della zonaLa sua importanza ed unicità poggia sul fatto che, a differenza degli altri musei sul territorio, non è una raccolta di cimeli del passato, ma un contenitore che, sotto la voce surrealismo, raggruppa messaggi importanti riguardanti le varie problematiche dell’uomo contemporaneo, il suo mondo interiore ed i vari aspetti della realtà che lo circonda. E’, quindi, un ambiente museale al servizio di chi, amatore d’arte, desidera recepire messaggi di alto valore culturale ed artistico.</text>
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                <text>Un sentiero, un passo dolomitico e un'opera di Luigi Regianini</text>
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                <text>Un sentiero, un passo dolomitico&#13;
e... un’opera di Luigi Regianini&#13;
Il pittore L. Regianini (1930-2013), nato e vissuto a Milano, vanta ascendenze cadorine, in quanto la madre (come anche la moglie) è originaria di Costalta di Cadore. Qui egli trascorreva, ogni anno, le ferie estive e qui aveva casa e studio,&#13;
dove dipingeva osservando i paesaggi dolomitici, che conosceva bene e percorreva in lungo e in largo, per “sentieri” e per “crode”. Di essi ci ha lasciato segni tangibili nelle sue opere. Di un “cammino” a lui caro, di un valico (meta storico-turistica rinomata), e di un’opera ad esso collegata vogliamo qui parlare.&#13;
Il Passo della Sentinella (m 2717) è un importante e strategico luogo storico della Prima Guerra Mondiale, nelle Dolomiti orientali, sulla cresta di giunzione della&#13;
Croda Rossa di Sesto-Comelico e di Cima Undici, nel punto più alto della Val Popera. Fu teatro di aspri combattimenti e di molti sacrifici compiuti da italiani e austriaci. Luogo di eccezionale importanza logistica per il controllo di questa zona&#13;
del fronte, per conquistarlo e mantenerlo, gli scontri militari comportarono spargimento di tanto sangue. Il Passo venne definitivamente occupato dagli italiani, nel&#13;
1916 , con un’impresa memorabile, in una regione morfologicamente asperrima e&#13;
fortemente innevata, con il sacrificio di un gruppo di eroici soldati. Per complimentarsi con i nostri combattenti, giunse a Santo Stefano di Cadore, presso il Comando della Divisione, Vittorio Emanuele III, Re d’Italia.&#13;
Nella zona si trovano ancora oggi reperti bellici più svariati e nel 1983, nel ghiacciaio alto di Popera, ai piedi del Passo della Sentinella, venne rinvenuto il corpo&#13;
quasi intatto di un Alpino Ignoto, conservato nel ghiaccio.&#13;
Il valico è raggiungibile dal Rifugio Berti, m 1950, attraverso il sentiero n. 101, ben&#13;
evidente ma un po’ difficoltoso nell’ultimo tratto, in circa due ore. Al Berti facilmente si arriva in circa 40’, attraverso una comoda mulattiera, dal Rifugio Lunelli, m&#13;
1569, dove si può tranquillamente parcheggiare l’auto.&#13;
Da giovane, anche il Pittore Regianini percorse quel “cammino” e arrivò al Passo.&#13;
Fu colpito dalla spettacolare vista panoramica, ma, soprattutto, dal fatto che quel&#13;
luogo, ripensando ai morti di una guerra spietata, generò in lui profonde riflessioni&#13;
sulla vita. E quella visione rimase indelebile nei suoi ricordi, come la percezione&#13;
che si trattasse di un “luogo sacro”, idea avvalorata dalla presenza, nel valico, di&#13;
una targa e di una Madonnina in bronzo, che, posta in una nicchia ricavata nella&#13;
roccia, veglia e protegge i passanti. E’ divenuta il simbolo delle tante commemorazioni che da tempo qui si tengono in ricordo dei molti sacrifici versati. La Madonnina, ricavata dal bronzo di un cannone nemico, venne posta qui durante la guerra,&#13;
a ricordo dei caduti.&#13;
In età matura, l'Artista interpretò quella visione del Passo come “luogo sacro” nel&#13;
dipinto che presentiamo, intitolato “Il Passo dei Santi”, cm 40x50, conservato nel&#13;
Museo Regianini Surrealismo di Costalissoio. L’ambiente è protetto dalla Vergine&#13;
e dai Santi (che simboleggiano i soldati morti) scolpiti dal Pittore, quasi a significare che perennemente saranno ricordati. Nel dipinto, ai lati del sentiero, in primo&#13;
piano, vediamo i Santi e, sullo sfondo, si stagliano le guglie dolomitiche dei Tre Scarperi e delle vette contigue, con diversi caratteristici torrioni, che fanno da&#13;
“sentinelle”.&#13;
“Paesaggio mistico” potremmo definire quello creato dal Maestro, luogo altamente&#13;
gratificante per turisti e alpinisti, ai quali sembra egli rivolgere un invito alla preghiera. Nel quadro non vediamo la Madonnina bronzea, ma il Crocifisso e i Santi&#13;
scolpiti che fanno da pendant con l’effigie reale della Vergine posta in un anfratto.&#13;
Realtà e immaginazione si fondano in quest’opera del Maestro, che viene definito&#13;
il “Surrealista delle Dolomiti”, perché sugli sfondi di molte sue creazioni artistiche&#13;
ha raffigurato vette e crode di questo ambiente e, sulle rocce, le figure degli antenati che invitano alla riflessione.&#13;
http://museoregianini.altervista.org/-walkingtales--3-maggio-.html</text>
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                <text>LE DONNE IN COMELICO: matriarche... “in casa”, ma non “nella società”.&#13;
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                <text>Dopo una breve introduzione storica, analizziamo il rapporto donne-Regole, argomento, questo, ben conosciuto e sentito dal pittore Regianini, anche per motivi familiari, dato che madre e moglie hanno origini comeliane. Ha espresso il suo parere, in merito,  in varie interviste e in conversazioni private, che qui cerchiamo di riprendere, anche attraverso la presentazione di una sua opera riguardante le Regole.&#13;
Per quanto attiene alla presenza delle donne nelle leggende comeliane, precisiamo che essa è stata affrontata dal Pittore soprattutto in due opere conservate nel Museo Regianini (“Le vecchie ongane” e “Le giovani ongane”) e presentate nella  prima edizione della campagna #DolomitesMuseum.&#13;
&#13;
      &#13;
Matriarche... in casa&#13;
Nel lontano passato in Comelico (ma ovunque sulle nostre montagne) le famiglie erano totalmente in mano alle matriarche. Tutto nella casa dipendeva da loro. Erano autoritarie. Tenevano sotto chiave gli alimenti, farine, formaggio, burro, tutta la dispensa. Facevano da mangiare e le porzioni. Anche nelle famiglie che avevano l'uomo tuttofare, il “famei”,  che curava anche la stalla, la mungitura era riservata alla “parona”, la matriarca. Per intimorire i bambini, le matriarche raccontavano storie delle streghe del bosco che prendevano con loro quelli cattivi e disubbidienti. La famiglia era "allargata" e i figli portavano le mogli in casa paterna. Erano proprio le donne a controllare e a comandare.&#13;
Questo matriarcato, ben evidente "in casa", non trovava, però, corrispondenza nel ruolo "sociale" assegnato alle donne dalle  Regole.&#13;
&#13;
      &#13;
...e nelle Regole?&#13;
Le 16 Regole del Comelico gestiscono il patrimonio collettivo, costituito da boschi, pascoli, praterie, malghe, che è inalienabile, indivisibile, inusucapibile.&#13;
Rapporto problematico, quello riguardante il loro rapporto con le donne, viste le norme statutarie che, da secoli, stanno alla base delle Comunioni Familiari. Il problema relativo all’ammissione dell'altro sesso nell’ordinamento regoliero è ancora pienamente aperto e il conflitto di opinioni è molto acceso, visto che le leggi limitano la facoltà delle donne di essere considerate “regoliere” e quindi portatrici dei diritti dei regolieri stessi. Alla componente femminile è stato riservato quasi soltanto la facoltà di subentro temporaneo, solo per le vedove con figli maschi minori (finché dura lo stato di vedovanza o finché un figlio maschio e convivente abbia raggiunto la maggiore età).&#13;
E’ cambiato, nei secoli, il ruolo delle donne nella società, ma gli statuti regolieri sono rimasti, nei secoli, quasi  invariati.&#13;
Dobbiamo dire, però, che alcune delle Regole comeliane hanno, da qualche anno, avviato quel processo che gradatamente dovrebbe portare, anche in questo campo, alla parità dei sessi. Il percorso sarà lungo, ma, mentre Cortina diceva di no,  le Regole di Costa, Costalta, Costalissoio, Campolongo, Casada e Padola (solo per citarne alcune) hanno fatto il primo passo. Riportiamo qualche citazione di affermazioni dei capiregola, reperite in rete, per dare forza probativa al nostro discorso.&#13;
Regola di Campolongo (17-2-2011): “La nostra è stata la prima Comunione Familiare del Comelico ad accogliere nel suo seno le donne nubili figlie di regolieri e le vedove di regolieri. Un’innovazione epocale in quanto sono riconosciuti alle donne gli stessi diritti e doveri che per oltre un millennio sono stati riservati esclusivamente ai discendenti maschi degli abitanti originari".&#13;
Regola di  di Costa (14-3-2016):  «È stata una prima breccia dopo anni di dibattito e ora una ventina di donne faranno parte dell'assemblea regoliera. Una iniezione di speranza per il futuro, perché la nostra comunità è fatta da ultra 60enni e tra qualche decennio si rischiava che la Regola di Costa diventasse proprietà di pochi».&#13;
Regola di Costalta (3-4-2016): “Per noi si tratta di una giornata storica, epocale. Cade una discriminazione durata secoli, perché da oggi anche le donne potranno far parte della Regola”.&#13;
&#13;
      &#13;
Un'opera di Regianini...&#13;
E cosa pensava al riguardo il Pittore? Diciamo che non ha mai preso un posizione netta in questa diatriba, ma conveniva sul fatto che le norme statutarie dovrebbero andare di pari passo con la società. Il quadro che presentiamo raffigura una visione "classica" dell'istituto regoliero. Si tratta di un’opera composta in occasione del primo “Meeting delle Regole”, svoltosi a Costalissoio di Cadore, il 26 agosto 2009,  e ivi conservato nella Sala Assembleare.        &#13;
E' un dipinto “celebrativo” di un evento particolare alla sua prima edizione, in cui rinveniamo gli elementi essenziali delle Comunità Familiari. L'importante opera, infatti,  è emblematica. Vi sono raffigurate le tre componenti sulle quali poggiano le Regole: fuoco-famiglia, pascoli, boschi. In un cielo  terso è visibile, in alto, lo stemma delle Regole del Cadore.        &#13;
Sullo sfondo una catena di montagne con schiere di antenati che guardano uniti verso vaste praterie e pascoli. In primo piano, accanto ai fiori, un capitello classico e una pietra su cui è scolpita la parola FAULA,  termine longobardo significante “assemblea” (si riferisce all'assemblea dei regolieri che è sovrana, organo principe di base democratica, risalente ai primordi delle Regole).</text>
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                  <text>Il Museo Surrealista Regianini di Costalissoio (Costa del Sole) è dedicato in maniera permanente all’opera pittorica del Maestro Luigi Regianini (1930-2013). Costituisce uno dei più interessanti poli attrattivi turistici e culturali della zonaLa sua importanza ed unicità poggia sul fatto che, a differenza degli altri musei sul territorio, non è una raccolta di cimeli del passato, ma un contenitore che, sotto la voce surrealismo, raggruppa messaggi importanti riguardanti le varie problematiche dell’uomo contemporaneo, il suo mondo interiore ed i vari aspetti della realtà che lo circonda. E’, quindi, un ambiente museale al servizio di chi, amatore d’arte, desidera recepire messaggi di alto valore culturale ed artistico.</text>
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                <text>Dopo una breve presentazione dei lavori di “adattamento” fatti dall’uomo per vivere nelle nostra montagne, ecco un’ quadro del Maestro che ritrae uno scenario montano, dove l’essere umano ha lasciato i suoi “segni”... positivi.&#13;
 &#13;
Le opere di "adattamento"...&#13;
L'uomo, per stabilirsi in montagna e viverci,  ha dovuto "farsi largo", disboscare, aprirsi varchi e  conquistarsi i pianori a ridosso di pendii della montagna, trasformandoli in campi colivati.&#13;
Ha dovuto poi “difendere” le case di legno e i fienili dalle inevitabili alluvioni, collegate alle abbondanti piogge e allo scioglimento delle nevi. Ha dovuto  lavorare parecchio per limitare gli smottamenti  e le frane in un terreno spesso ripido, in cui mutavano continuamente gli aspetti geologici.&#13;
Per proteggere case, fienili, orti e  pascoli costruiva muri a secco, a volte vere e proprie muraglie, arginava i corsi d’acqua, rallentava il corso dei ruscelli che scendevano impetuosi, costruiva nei prati scoscesi canaletti per drenare le acque e portarle, con opere di scolo, verso terreni non coltivati. Così controllava meglio  gli spostamenti del terreno, trattenuto anche dalle radici di possenti alberi secolari. Lungo i fiumi, i torrenti e i greti spesso, però, le piene montane modificavano l'ambiente circostante. Ci è voluta la costruzione di arginature robuste, inizialmente con tronchi di abeti e sassi, poi con opere in cemento, massi, sbarramenti, per rendere più sicure le difese.&#13;
&#13;
...e un'opera di Regianini&#13;
Il pittore surrealista ha realizzato una serie di dipinti con questi ambienti, soprattutto fienili in zone scoscese, sui pendii.&#13;
Nel quadro che presentiamo egli ritrae un paesaggio "umanizzato" ben conosciuto: “Costalta di Cadore, strada della Segheria, 1995”. Da Costalta alla Segheria è la classica, facile, rilassante passeggiata dal paese verso Forcella Zovo, con visioni che ci fanno conciliare con la natura. Qui l’uomo, davvero, ha “adattato” senza “deturpare”.&#13;
L'ambiente, pulito, ordinato, con l'erba sfalciata, verso la fine del secondo millennio si presenta così all’Artista che qui non concede nulla al suo stile surrealista, per mostrare un aspetto del reale... in modo realistico. Sulle vette, qui,  mancano gli antenati che vediamo quasi sempre scolpiti nelle rocce. In primo piano si nota un bel fienile ristrutturato e adattato a “seconda casa”,  dove passare qualche ora in relax (siamo a 10 minuti a piedi da Costalta). La presenza dell'uomo lascia qui il “segno”  in ogni particolare: dalla strada ai prati ben curati, ai fienili abbelliti, a cui hanno cambiato la destinazione d’uso.&#13;
Purtroppo l'essere umano non sempre ha creato ambienti bucolici come quello che vediamo nel quadro, anzi, talvolta, ha realizzato opere che hanno spinto la natura a “ribellarsi”. Ma questa è un’altra storia. “All’inferno i killer della natura” è il titolo significativo di altro dipinto di Regianini.</text>
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                <text> ”COSTRETTI” A EMIGRARE O “SCELTA" DI RIMANERE IN MONTAGNA?</text>
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                <text>      &#13;
Dopo una breve disanima del problema “andare via o... rimanere?”, presentiamo un quadro di L. Regianini su come sarà  futuro in città per quelli che emigrano. L’Artista sembra voler dire: “Ma sapete cosa vi aspetta?”.&#13;
&#13;
ANDARE VIA... O RIMANERE?&#13;
I nuovi “costretti” a emigrare sono, soprattutto, i giovani laureati con varie specializzazioni. Prendiamo, ad esempio, un laureato in bioingegneria abitante in Comelico. Sicuramente (e parliamo di un caso concreto) a Santo Stefano di Cadore non trova un lavoro confacente con la sua laurea, per cui si guarda intorno, si ricorda che da studente ha frequentato l'Erasmus in Spagna, a Madrid, e che gli era piaciuto molto. Decide, così,  di partire per la città spagnola, dove conosce amici che si era fatto con l'Erasmus e che potrebbero aiutarlo a integrarsi. Dobbiamo dire che due cose “influenzano”, in particolare, le scelte dei giovani: gli studi fatti in città e le esperienze di studio all'estero. Appena laureati, fanno fatica a tornare stabilmente nel paese di origine, dove per loro diventa difficile trovare un'occupazione, anche perché non si adattano ad accettare qualsiasi offerta, allora ... partono. Da sottolineare il fatto  che in passato erano pochi giovani locali che si laureavano, mentre  oggi sono molti. Qualche giovane, però, decide di rimanere e di vivere in montagna, accettando lavori sul posto o mettendosi in proprio, organizzando un'attività (vedi, ad esempio, a Costalta il progetto “ Adotta una mucca”, con vendita di prodotti on line). In questi settori, soprattutto, si creano, in Comelico, “nuovi lavori”: turismo, manifatture, allevamento, conduzione di aziende agricole, agriturismo.&#13;
      &#13;
UN MONITO... UN’OPERA di Regianini&#13;
      &#13;
Presentiamo un quadro emblematico, intitolato  “Milano... domani ". Il Pittore sembra voler rivolgere un monito ai giovani montanari: “Se potete, non andate  a vivere in città! Vivere li’, nel caos, con limitati rapporti interpersonali, è disumano! E il futuro... eccolo!”.&#13;
In effetti, in questo dipinto, che fa da contrasto con il paesaggio bucolico illustrato nell’hashtag #LandscapeofLife, egli presenta una visione apocalittica sul futuro del capoluogo lombardo. Macché tram, autobus, metrò o automobili: la Milano come la immagina il Maestro, potrà essere attraversata mediante l'impiego di comuni liane, come ai tempi di Tarzan, semplicemente perché l'attuale metropoli lombarda apparirà come un'immensa e intricata giungla, al di sopra della quale spiccheranno, in netto contrasto, ma assai malinconicamente, la più alta guglia del Duomo, con un accenno della Madunina, e un pezzo di Pirellone, un po' diroccato e più o meno inclinato quanto la Torre di Pisa. L'attraversamento di questa Milano, naturalmente, sarà possibile soltanto con le liane, sempreché in città ci sia ancora vita, cosa che per ora è da ritenersi molto improbabile. Nell'eventualità di una Milano viva, comunque, occorrerà regolare il traffico, anche se questo avviene tra un gruppo e l'altro di alberi. Ammettendo la sopravvivenza del calcio, ad esempio, i  tifosi non diserteranno certamente i vari incontri in programma allo stadio già San Siro,  per cui, è assai probabile che venga attuato un servizio di "liane speciali" in grado di trasportare gli sportivi sul luogo della contesa pedatoria. Certo, le forze dell'ordine, in caso di disordine, dovranno essere presenti anch'esse, magari armate di tutto punto con tronchi e rami della giungla milanese. Ma Milano, per essere sempre Milano, dovrà avere ancora la Borsa, mentre non sarà un dramma se, invece dei soliti... canali televisivi, i “cittadini” dovranno accontentarsi dei... torrentelli, che scorrono ai piedi di ciclopiche piante.</text>
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                  <text>Il Museo ripercorre tutta la storia di questa mirabile invenzione, a partire dal pezzo più antico: un celerifero francese del 1791, accompagnato poi dai successivi bicicli italiani, inglesi, francesi e americani dell’Ottocento. A testimonianza dell'importanza sociale del mezzo ci sono poi le biciclette usate per lavoro: quella del vigile del fuoco inglese, del postino svizzero, del tostatore di caffé, del fotografo ambulante. Fra le tante biciclette appartenute a campioni sportivi, sono da citare quelle leggendarie di Coppi e Bartali, esposte accanto a quelle di Moser, Saronni e Pantani.</text>
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                <text>VITA IN PENDENZA&#13;
Questa è la bicicletta con cui Marco Pantani ha vinto due tappe al Tour de France del 1997, Alpe d'Huez e Monzine. Due tappe in salita, naturalmente.&#13;
Un mondo piatto avrebbe appiattito anche l'evoluzione della bicicletta.&#13;
È la pendenza il motore e il cuore del ciclismo.&#13;
Motore perché ha generato fin dall'inizio invenzioni, migliorie, trovate di ogni genere per essere addomesticata, portata un po' alla volta sempre più alla misura d'uomo.&#13;
L'invenzione del cambio è il regalo più grande che dobbiamo a questa lunga ricerca.&#13;
Cuore perché è sulle salite che si decidono le sorti delle gare e dei corridori; il tempo si dilata e un chilometro in pendenza ne vale dieci in pianura; il gruppo compatto si sgrana e ognuno appare per chi è davvero: in pianura si può provare a fingere, in salita no.&#13;
Nel Tour del '97 Pantani si è trovato davanti a un corridore formidabile, Jan Ullrich, che quel Tour l'ha vinto rifilando più di un quarto d'ora al Pirata nelle due cronometro individuali piatte come tavole.&#13;
Sembrava che la pendenza avesse ceduto il primato alla pianura.&#13;
Ma era solo un'illusione ottica.&#13;
Giusto il tempo per prendere le misure, e la salita e il Pirata si sono ripresi la scena.&#13;
L'anno dopo, nella leggendaria accoppiata Giro-Tour, Pantani ha staccato tutti, Ullrich compreso. &#13;
Ancora una volta e come sempre, nel fragore leggero di una strada in pendenza.&#13;
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                  <text>Il Museo ripercorre tutta la storia di questa mirabile invenzione, a partire dal pezzo più antico: un celerifero francese del 1791, accompagnato poi dai successivi bicicli italiani, inglesi, francesi e americani dell’Ottocento. A testimonianza dell'importanza sociale del mezzo ci sono poi le biciclette usate per lavoro: quella del vigile del fuoco inglese, del postino svizzero, del tostatore di caffé, del fotografo ambulante. Fra le tante biciclette appartenute a campioni sportivi, sono da citare quelle leggendarie di Coppi e Bartali, esposte accanto a quelle di Moser, Saronni e Pantani.</text>
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                <text>Rispondiamo alla terza chiamata del #DolomitesMuseum, il cui tema questa settimana è #handsinstone.&#13;
&#13;
Adesso, quando vinci la Parigi-Roubaix, ti regalano una pietra di una quindicina di chili.&#13;
Anche quarantamila euro, ma quelli poi devi dividerli con la squadra.&#13;
La pietra invece te la porti a casa.&#13;
&#13;
Nel 1951 questa tradizione non esisteva ancora, e Toni Bevilacqua non ha potuto avere la foto con la sua pietra, non ha potuto baciarla e alzarla al cielo.&#13;
Dopo aver seminato Luison Bobet e Van Steenbergen negli ultimi chilometri, era entrato nel velodromo di Roubaix tutto solo con un minuto e mezzo dagli altri due, suggellando una delle più importanti vittorie della sua carriera.&#13;
&#13;
La Parigi-Roubaix, come tutti i nobili, può vantare svariati nomi: Inferno del Nord, Corsa di Pasqua, Regina delle Classiche.&#13;
Ma per capire cos'è davvero - il perché del suo fascino, la geniale piroetta che ne custodisce la bellezza - forse è più utile pensarla così: è montagna, però in pianura.&#13;
&#13;
La caratteristica di questa gara, e il motivo del perché al vincitore spetti una pietra, è che si corre per lunghi tratti sul pavé: stradine di campagna lastricate di sassi irregolari.&#13;
In tutto una cinquantina di chilometri sui 250 totali.&#13;
Per cui finché si è sull'asfalto tutto bene, gruppo compatto, molto molto difficile fare la differenza.&#13;
Ma appena si entra in questi tratti è come si entrasse in una salita breve e terrificante: il gruppo si polverizza, e chi ne ha di più va.&#13;
&#13;
È come se tutto il dislivello di un tappone dolomitico fosse stato frullato e poi ridistribuito per ognuna di quelle pietre per cinquanta chilometri, due-tre centimetri alla volta.&#13;
Salita, ma in pianura.&#13;
&#13;
Per questo quando vinci la Roubaix puoi anche non aver fatto altro nella vita, ma da quel momento rimarrai per sempre nella Storia del ciclismo.&#13;
&#13;
Come Toni Bevilacqua, a cui è dedicato il nostro Museo.&#13;
&#13;
Non esiste e non può esistere una sua foto mentre alza quel premio, ma noi possiamo lo stesso immaginarcelo: disteso sull'erba al centro del velodromo di Roubaix, sotto il sole di Aprile.&#13;
Un sorriso sghembo, e tra le mani il peso dolcissimo di un trofeo di pietra.&#13;
&#13;
#handsinstone #DolomitesMuseum&#13;
&#13;
https://youtu.be/Ev35w-ezm9g</text>
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                  <text>Il Museo ripercorre tutta la storia di questa mirabile invenzione, a partire dal pezzo più antico: un celerifero francese del 1791, accompagnato poi dai successivi bicicli italiani, inglesi, francesi e americani dell’Ottocento. A testimonianza dell'importanza sociale del mezzo ci sono poi le biciclette usate per lavoro: quella del vigile del fuoco inglese, del postino svizzero, del tostatore di caffé, del fotografo ambulante. Fra le tante biciclette appartenute a campioni sportivi, sono da citare quelle leggendarie di Coppi e Bartali, esposte accanto a quelle di Moser, Saronni e Pantani.</text>
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                <text>Da 'ABiCi – L’alfabeto e la storia della bicicletta. Museo Toni Bevilacqua di Sergio Sanvido' di Claudio Gregori, EditVallardi, 2010, pag. 102-110.&#13;
&#13;
LA RIVOLUZIONARIA INVENZIONE DELLO SGANCIO RAPIDO&#13;
&#13;
&lt; Campagnolo si ferma per girare la ruota. Ha le mani ghiacciate. Di metallo. Tenaglie che non si chiudono più. Non riesce a girare i galletti della ruota. Scaglia due imprecazioni: 'Ostia! Diobon!'. Il lampo di quelle bestemmie scioglie il dado. Presto può ripartire. Sale. Il capo sul manubrio piegato in modo da parare il vento. Le palpebre bianche di gelo e di paura. Avanza con voglia di sole. Invece entra in un mondo freddo come un cristallo. La sua ruota, ormai, apre un varco sulla neve. Segue la scia tracciata da ruote fuggitive. La salita è tagliente, affilata, tutta spire e coltelli. Campagnolo è solo sulla montagna bianca. Nel candore puro del dolore.&#13;
&#13;
Mentre il corpo sembra spegnersi, sopraffatto dal gelo, il cervello lavora. Campagnolo è un Archimede di campagna. Suo padre Valentino conversa in ferramenta. Brera scrive: &lt;Il negozio del padre all’angolo di viale Padova era pieno zeppo di merci… Alle pareti erano appese catene per bovini, vomeri di aratro, vanghe e falci di varie fogge, fienaie, messorie, ecc. A ridosso dell’invetriata era un bancone da fabbro con due morse di ghisa e tutti gli attrezzi per martellare una falce o accorciare una catena. Questo bancone era l’altare al quale faceva le sue quotidiane devozioni Tullio, diventato ben presto quasi maniaco della lima'. Ha frequentato la 'Scuola di Arti e Mestieri' da ragazzo. L’officina è il suo 'atelier'. Per quel laboratorio creativo aveva lasciato il posto di secondo macchinista delle Ferrovie&gt;.&#13;
La bici divenne il primo oggetto della fantasia già da ragazzo. Brera racconta: &lt;Con i primi risparmi si era fatto una bicicletta da corsa. La bicicletta era in effetti il suo idolo, il suo vitello d’oro. Per le corse riusciva a disertare anche la messa, e questo in verità non entusiasmava sua madre&gt;.&#13;
Andava con l’amico Coltro sui Monti Berici cantati da Catullo, sui Colli Euganei di Petrarca. Scoprì le Dolomiti al tempo di Buzzati.&#13;
&#13;
La salita gli piace. Campagnolo è solido come una roccia. Un toro, appunto. Ma quello è il giorno del dolore. Mentre sale si arrovella. La prima idea è di applicare la legge della leva. Si può allungare la leva del dado. Ma non gli basta.&#13;
&#13;
Pensa: 'Bisogna cambiar qualcossa de drio'.&#13;
&#13;
La salita è calvario. Davanti a lui molla anche Reffo. Ultimo accedere è Bendoni. I corridori sono costretti a scendere di sella. Avanzano nella neve, i piedi nei solchi lasciati dalle automobili, spingendo la bici a mano. Solo Negrini resta sui pedali. Si contorce, con sforzo michelangiolesco, sulla bici. Ad un tratto perde l’equilibrio e cade nella neve alta dieci centimetri. Un atterraggio morbido. La neve bagnata, però, gli entra nelle scarpe, gli gela le mani.&#13;
Nella sua scia Cottarelli, a bordo dell’ 'Ansaldo' di Mosè Sinigaglia, trepida, soffre e sbotta: &lt;Ecco infine agli alberghi del Croce d’Aune il culmine della scalata del Calvario. Scenario fantastico, certo più da gare sciatorie che ciclistiche: freddo pungente, sterminate e compatte distese di neve, nubi sopra il capo&gt;.&#13;
Alle 13.00 in punto Negrini scollina. Si ferma subito per girare la ruota. Campagnolo lo raggiunge e riparte con lui. Terzo a 1’30' passa Benzoni, poi Dartardi a 3″, Cattaneo e Serafin a 6’30', Cevin e Reffo a 8′, poi Ferrato… nella discesa Campagnolo è pietrificato. Solo le ruote si muovono attraverso lame di gelo. Scende sognando fiamme lontane. Febbricitante statua di marmo, percorso da tremiti.&#13;
La discesa sulla neve è l’esercizio di un equilibrista sul filo. Campagnolo aveva già conosciuto la caduta. Una volta, a Prato della Valle, un tifoso, sporgendosi, lo aveva fatto volare. Si è spaccato il labbro. Così ora sembra quasi che abbia il labbro leporino. Mentre scende con circospezione, fora. E, di nuovo, il cambio della ruota con le dita gelate è un esercizio impossibile. Di nuovo pensa: 'Bisogna cambiar qualcossa de drio'. La frase gli rimbalza in testa come un’eco. Ossessiva.&#13;
La corsa è ormai scappata. Al rifornimento di Pedavena, 119 km, Negrini e Bendoni fuggono davanti a tutti. Poi Negrini stacca il rivale ed entra solo nel velodromo comunale di viale Carducci. Vince con 5’37' su Bendoni, 7’30' su Reffo, Cattaneo, Dartardi e Campagnolo, 23’35' su Sante Ferrato. Poi gli altri.&#13;
&lt;Crediamo nostro primo compito accomunare in uno schietto e vivo elogio tutti indistintamente: essi ne hanno diritto per il semplice ma grande merito di aver superato le immani difficoltà della giornata&gt;, scrive Cottarelli. Due giorni dopo La Gazzetta dello Sport pubblica la foto di Negrini solo nella neve sul Croce d’Aune 7. Presto salirà sul podio al Giro d’Italia 8.&#13;
&#13;
Campagnolo torna nel suo 'atelier'. Prova e riprova. Corre in bicicletta 9. Esperimenta in corsa. Cinquantun mesi dopo, l’8 febbraio 1930, presenta il suo primo brevetto. Ha un nome in rima buffa: 'ruotismo per ciclismo'. È il primo dei suoi 185 brevetti. Nel 1933 fonda la 'Campagnolo srl'. &gt;&#13;
&#13;
(Sotto:&#13;
1 - nasce il 'ruotismo per ciclismo', il primo mozzo con sgancio rapido, è il 1930;&#13;
2 - Campagnolo in veste di corridore;&#13;
3 - Passo Croce d’Aune – Monumento a Campagnolo e alla sua invenzione;)</text>
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                <text>Quinto appuntamento con la campagna #DolomitesMuseum, questa settimana il tema è #sportsculture, #culturasportiva.&#13;
Questo pezzo è tratto da blog 'Girodiruota', e racconta come le Dolomiti entrarono nella Storia del ciclismo, senza più lasciarla.&#13;
BARTALI CHE APRÌ LA STRADA SULLE DOLOMITI, E COPPI CHE L'ASFALTÒ.&#13;
'Il debutto delle Dolomiti al Giro d’Italia è regale: 17esima tappa del Giro del 1937, Vittorio Veneto-Merano, 227 chilometri. Il traghettatore è il Rolle. Sotto il Cimon della Pala, accanto alla chiesetta che segna il Passo, è Gino Bartali a scollinare primo e solo. E’ avanguardista ed esploratore. Ginettaccio testa queste salite toste, di aria rarefatta e pareti selettive, strade in sassi dimenticate da stato e Dio. Lui borbotta e maledice tutti. Fa il vuoto. Supera il Costalunga, poi Bolzano. A Merano è primo con oltre cinque minuti e mezzo su Mollo, Generati e Valetti, con 8’18' di vantaggio su quest’ultimo in classifica generale. Quella del toscano è la prima storia ciclistica delle Dolomiti. Da lì in poi si trasformeranno in mito.&#13;
Dieci anni dopo quell’assolo, le Dolomiti furono invece croce per Ginettaccio. Il 12 giugno 1947 il Giro partiva da Pieve di Cadore per raggiungere Trento, 194 chilometri tra i monti Pallidi. Bartali era in maglia rosa, Coppi secondo era staccato di due minuti e quaranta. Era la sedicesima tappa, l’ultima buona per riscrivere l’esito della co&#13;
rsa rosa. Al mattino Gino borbotta, Fausto ha detto di non stare bene, ma lui non gli crede. Gli si mette a ruota sin dal via. Sul Falzarego sono già soli. Ma dopo quaranta chilometri la maglia rosa ha un salto di catena. E’ il quel momento che il Campionissimo se ne va. E’ un monologo di 150 chilometri, supera il Falzarego solo, aumenta il vantaggio sul Pordoi, a Cavalese il vantaggio è di oltre 8 minuti. Bartali maledice tutti, aspetta gli inseguitori, li incita, lavora, recupera quattro minuti. All’arrivo però si sfila il simbolo del primato in favore del rivale e non la rivedrà mai più.'</text>
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