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                  <text>Il Museo Carnico delle Arti Popolari è il risultato del paziente lavoro di ricerca svolto dal Sen. Prof. Michele Gortani (1883-1966) a partire dal 1920. Attualmente la raccolta è allestita nelle sale del secentesco Palazzo Campeis, nel centro storico di Tolmezzo.&#13;
&#13;
Il materiale etnografico esposto, che riguarda tutti gli aspetti della vita, delle tradizioni e dell'arte della Carnia dal XIV al XIX secolo, è raccolto in trenta stanze ed è così ricco da rendere il Museo Carnico uno dei musei etnografici più importanti a livello europeo. Al suo interno alcune sale sono disposte seguendo la ricostruzione degli ambienti: si possono così ammirare la cucina col "fogolâr", la camera con armadi e cassepanche intagliati, il tinello, le botteghe degli artigiani.&#13;
&#13;
Vi sono poi specifiche sezioni dedicate ai lavori tradizionali, ai ferri battuti, ai pesi e misure, ai costumi popolari, alla tessitura, ai ricami ed ai pizzi. Di grande interesse per la storia del costume, la ricca collezione di ritratti che animano le pareti del Museo. Una sala, interamente dedicata alla religiosità popolare, documenta anche questo aspetto di fondamentale importanza nella vita quotidiana delle genti carniche. Fra le curiosità, una ricchissima collezione di maschere e una pregevole raccolta di strumenti musicali.</text>
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                <text>Un detto carnico recita “une femine a ten su trei cjantons di une cjase”, una donna regge tre angoli di una casa, a significare che la figura più importante all’interno della famiglia era quella femminile. &#13;
Tra le infinite attività che le donne del passato erano chiamate a compiere, c’era anche quella di fabbricare gli scarpets: delle scarpette con la suola in panno e la tomaia in velluto, dalla calzata comoda e avvolgente.&#13;
Creare gli scarpets era un’attività esclusivamente femminile: le donne imparavano a farli dalle madri e dalle nonne, tramandando l’arte di generazione in generazione.&#13;
In Carnia, fino a un secolo fa, l’unico paio di scarpe posseduto veniva commissionato con grande sacrificio al calzolaio di paese per il giorno del matrimonio, e poi doveva durare per tutta la vita. &#13;
Le calzature comunemente usate la domenica per andare a messa, nelle occasioni speciali o per viaggiare a piedi, erano quindi proprio gli scarpets, &#13;
La suola era composta da vari strati di pezze (blecs) ricavate da vecchi vestiti o lenzuola; l’ultimo strato era di tela grezza e solo in tempi più recenti protetto dalla gomma di copertoni di bicicletta usurati o nel dopoguerra, di pneumatici di camion. Le cuciture degli strati di panno per la suola – che potevano arrivare anche a 22 - richiedevano tempo e fatica, poiché venivano eseguite a mano punto per punto con uno speciale ago, lungo e grosso, dalla punta triangolare.&#13;
Una volta puntato dentro lo spesso strato di panni, l’ago veniva estratto con delle pinze. Per agevolare la cucitura dei fitti strati di tessuto, le donne usavano ungere lo spago con sapone o cera d’api.&#13;
Dopo tanta fatica, però, si otteneva una calzatura perfettamente adatta agli spostamenti sui pendii della Carnia, che permetteva ai piedi di muoversi e curvarsi agevolmente, mantenendo l’equilibrio e restando protetti e riparati; basti pensare alle Portatrici Carniche che durante la prima Guerra Mondiale portavano rifornimenti ai soldati in trincea con gli scarpets ai piedi, o ai Cramârs che  valicavano le Alpi e raggiungevano mezza Europa indossando queste sole calzature.&#13;
Fare gli scarpets non era solo un modo per autoprodursi un bene primario: spesso i commercianti ambulanti provenienti da zone limitrofe commissionavano suole - la parte più laboriosa da fare - o scarpets finiti e ricamati alle ragazze della Carnia, barattandoli con tessuti e filati da ricamo per il corredo, permettendo loro di procurarseli senza dover attingere alle poche risorse finanziarie della famiglia. &#13;
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                <text>M. Gortani, 'L'arte popolare in Carnia. Il Museo Carnico delle Arti e tradizioni popolari', G.P. Gri, Modi di Vestire, modi d'essere, Abbigliamento popolare e costumi tradizionali del Friuli, Società Filologica 2003Tolmezzo 1965 (Udien 1999)</text>
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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Chissà a cosa pensava Margherita del Fabbro mentre indossava la sua sottoveste bianca impreziosita dal pizzo, poi infilava le braccia nelle maniche del comès di piquet operato e se lo accomodava sul davanti. Chissà come era abituata a vestire quella gonna grigio scuro, a cui dava un tocco di colore verde quando la copriva con l'immancabile grembiule di calda lana verde o di azzurro quando allacciava invece dietro alla schiena quello di cotone. Il ravvivare lo sfondo nero con i colori vivaci della fantasia a fiori si ritrovava nel fazzoletto, che non mancava mai di annodare sulla nuca e che le contornava in ogni stagione il viso.&#13;
&#13;
Margherita è una donna vissuta tra gli ultimi decenni dell'Ottocento e la metà del Novecento e lei e i suoi vestiti (li ha usati per tutta la sua vita) avevano visto e vissuto anni così estremamente intensi e lasciavano poco spazio alla fantasia.&#13;
&#13;
Sicuramente tra i suoi pensieri mai l'avrà sfiorata l'idea che quel suo abito potesse essere indossato da un'attrice su un set cinematografico, né tantomeno che quel suo quotidiano di trame ed intrecci potesse essere esposto nella Collezione Etnografica Cemùot chi èrin di Forni Avoltri, il suo paese. &#13;
&#13;
Quell'abito ormai senza di lei attraversa il resto del secolo in un armadio, gelosamente custodito, finché nel 1981 viene indossato dalla protagonista della mini serie TV intitolato “Maria Zef” (regia di Vittorio Cottafavi; interprete e sceneggiatore Siro Angeli), ispirato al romanzo scritto nel 1936 da Paola Bianchetti Drigo ed ambientato tra il Monte Cridola, il Varmost, il Monte Tudaio e Forni di Sopra, in cui Maria, è protagonista del drammatico racconto che narra con crudezza delle sorti di due giovanissime sorelle, rimaste orfane ed affidate allo zio paterno. Una storia di abbandono, di abusi e sfruttamento da cui la protagonista alla fine a suo modo trova un riscatto dalla sua condizione. &#13;
&#13;
CURIUOSITA’: il film è stato recentemente restaurato da Teche Rai e Museo del Cinema di Torino e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. &#13;
Qui il link al film https://www.youtube.com/watch?v=UrdW_w_INC8&#13;
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                  <text>Il museo etnografico di Seravella rappresenta un punto di riferimento nella conoscenza e nello studio dell’etnografia bellunese, grazie alle numerose attività di ricerca che vengono svolte al suo interno e per le interessanti iniziative volte alla diffusione della conoscenza del patrimonio tradizionale locale. Il museo etnografico stimola interessanti riflessioni sul significato di vivere in montagna, sulle pratiche e le consuetudini di questo territorio così particolare. Materiali sonori, filmici e fotografici affiancano sapientemente documenti cartacei e reperti oggettivistici, rendendo il percorso espositivo un’esperienza capace di coinvolgere persone di ogni età. &lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-etnografico-della-provincia-di-belluno-e-del-parco-nazionale-dolomiti-bellunesi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Le balie erano giovani donne che, tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, si recavano ad allattare, dietro compenso, i figli delle famiglie aristocratiche e borghesi delle città del Nord Italia.&#13;
&#13;
Questo significava lasciare a casa il proprio figlio di pochi mesi, che veniva precocemente svezzato con latte di mucca o di capra diluiti. Quando era fortunato, riceveva il latte di un’altra donna del paese. Purtroppo, a volte succedeva che non riusciva a sopravvivere per problemi gastrointestinali.&#13;
&#13;
Si può immaginare il dolore di queste madri al momento della partenza, il disagio per la forzata ritenzione del latte durante il viaggio, la difficoltà a inserirsi in un ambiente completamente diverso da quello a cui erano abituate, la nostalgia di casa.&#13;
&#13;
Le balie rimanevano lontane da casa per circa un anno.&#13;
Il rientro in paese non era semplice soprattutto per la difficoltà di ricucire i legami affettivi, allentati dalla lontananza, specie con i figli piccoli che non riconoscevano più la madre. Tra l’altro, molte balie si trattenevano nella stessa famiglia come balie asciutte, prolungando di molto l’assenza da casa. L’esperienza migratoria cambiava queste donne: parlavano l’italiano, sapevano cucinare, avevano accumulato esperienze e idee diverse.&#13;
&#13;
Il ricorso alle balie da latte raggiunse il suo acme nel periodo fascista, quando la chiusura delle frontiere ridusse l’emigrazione maschile, gettando molte famiglie in uno stato di miseria. La diffusione del latte in polvere e le trasformazioni sociali contribuirono ad accelerare la fine di questa peculiare emigrazione, per noi oggi difficilmente concepibile, intorno agli anni Cinquanta del Novecento.&#13;
&#13;
Nel nostro museo, che vi invitiamo a visitare, due sale parlano interamente di questa storia. Nelle vetrine sono esposti alcuni abiti delle balie, una sorta di divisa, con prevalenza cromatica del bianco, con gli svolazzanti grembiuli di tulle e pizzo, le camicie ricamate, i gioielli vistosi di filigrana e corallo. Inoltre potrete ascoltare le testimonianze orali di queste #donnedolomitiche .&#13;
&#13;
Per approfondire: "Le balie da latte. Una forma peculiare di emigrazione temporanea", 1984 a cura di D.Perco&#13;
Nella foto: una balia in abito tipico. Archivio MES</text>
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                  <text>Il Museo dell’orologeria pesarina raccoglie orologi da parete e da torre che testimoniano quasi trecento anni di storia di questa attività, che rappresentò per la vallata e per la Carnia un fenomeno socio – economico rilevante.</text>
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                <text>Rita (classe 1931) e Marisa (classe 1939) ci raccontano la loro giovinezza e il tempo del lavoro in montagna. A casa, nei campi, nei prati e poi in azienda, donne operaie negli anni dal ‘50 al ’90.&#13;
Grazie a questa intervista realizzata tre anni fa da Wally Agostinis e Bruno Romanin (ai quali esprimiamo infinita riconoscenza per il lavoro di ricerca e documentazione della storia e delle ricchezze locali e che ci hanno concesso il video), scopriamo il sacrificio e l’orgoglio delle donne montanare, donne comuni, donne DoloMitiche!&#13;
Donne al contempo tradizionali e moderne, che con il loro lavoro hanno sostenuto le famiglie.&#13;
La Faria, la fabbrica di orologi Solari ha significato un’opportunità, lavoro e indipendenza; la manualità delle donne era un punto forte del lavoro in fabbrica, come racconta Marisa a un certo punto “eravamo in 30 donne su 100 dipendenti”… ok non è parità di genere ma un buon numero per gli anni ’60!</text>
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                  <text>Ciastel de Tor, famoso per la sua caratteristica torre e nel XIII secolo sede del giudizio “Thurn an der Gader”, è luogo di riferimento della cultura degli oltre 30.000 ladini, uniti nella loro identità da due elementi essenziali: la lingua derivata dal latino volgare e lo straordinario paesaggio montuoso delle Dolomiti. Dal 2001 il Ćiastel ospita il museo provinciale ladino. Esso fornisce preziose informazioni sulla geologia, archeologia, storia, lingua, sul turismo e artigianato artistico delle cinque valli ladine.&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museum-ladin-ciastel-de-tor/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Il Museo Ladins Ursus ladinicus è dedicato alla storia delle Dolomiti e alla loro formazione geologica, ma anche ad un antico abitante di questi territori: l’orso delle caverne che viveva nei boschi delle Dolomiti 40.000 anni fa. All’interno del museo è stato ricostruito l’habitat dell’Ursus ladinicus, con numerosi reperti originali e installazioni video e addirittura la grotta delle Conturines, dove l’orso è stato ritrovato. Il museo, durante i periodo di apertura, ospita inoltre diversi eventi culturali.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-ladins-ursus-ladinicus/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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      <description>A series of visual representations imparting an impression of motion when shown in succession. Examples include animations, movies, television programs, videos, zoetropes, or visual output from a simulation.</description>
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                <text>#dolomytischefrauen: Warum nicht Oma? Meine Großmutter: Clara Tavella. Sie hat den 88. Geburtstag gefeiert. Sie erzählte mir ihre Geschichte. Sie erinnert sich noch an die 12 Holzfarben und die Griffelschachtel, die ihre Tante ihr für das erste Schuljahr geschenkt hatte - aus Rom versandt - und wie ihre Mutter sie auf dem Weg zum Unterricht im Winter begleitete: 30 Minuten mit Steigeisen von Costalungia bis ins Dorf Welschellen! Auch wenn sie die Gefeierte war, erhielt ich an diesem Tag das größte Geschenk: Ein bisschen Zeit mit Großmutter und... ihrer Griffelschachtel aus Holz! Ihr Nachname ist auf der Rückseite des Lineals noch lesbar. #Donnedolomitiche: chi meglio della nonna!? La nonna: Clara Tavella. Ha fatto gli anni, 88. Mi ha raccontato la sua storia. Si ricordava ancora i 12 colori e l’astuccio in legno che sua zia le aveva regalato per il primo anno di scuola – mandati da Roma – e di come sua madre d‘inverno l’accompagnasse sul tragitto per andare in classe: 30 minuti con i ramponi ai piedi, da Costalungia a Rina! Sarà anche stato il suo compleanno, ma quel giorno, i più grandi regali li ho ricevuti io: Un po‘ di tempo solo con la nonna e… il suo astuccio! Si vede ancora il cognome scritto sul retro del righello. #dolomitesmuseum - Museo Dolom.it - Dolomites UNESCO</text>
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                  <text>Lis Aganis Ecomuseo Regionale delle Dolomiti Friulane nasce su impulso dell'Iniziativa Comunitaria Leader + nell'agosto 2004. L'Associazione conta oggi oltre 60 soci (Comuni, Istituti Comprensivi, l'UTI delle Valli e delle Dolomiti Friulane, il Bacino Imbrifero Montano del Livenza, Consorzi Pro Loco e Associazioni Culturali) e una trentina di Cellule tematiche inserite nei percorsi ecomuseali acqua, sassi e mestieri. Le cellule ecomuseali sono luoghi in cui ognuno può vivere esperienze ed emozioni, partecipare a laboratori, acquisire conoscenze e saperi... sentirsi protagonista del territorio per conservare e mantenere vivo il patrimonio della Comunità locale.</text>
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                <text>Furlan Lucia, classe 1900, nata a Cimolais da Furlan Giovanni ( Giari) e Protti Teresa.&#13;
Più grande di lei aveva un fratello, Domenico, morto nella 1' guerra mondiale.  Già nel 1901 la famiglia si è trasferita in Germania, ad Aquisgrana, dove gestivano una locanda frequentata da operai cavatori italiani e anche cimoliani. Li sono nate anche le sorelle Emma e Lisa. Lucia e i suoi fratelli hanno frequentato le scuole d'obbligo tedesche.&#13;
Nel 1914, alla vigilia della guerra, il governo tedesco ha fatto rimpatriare tutti gli italiani.&#13;
Ritornati così a Cimolais, si sono resi subito conto di quanta miseria c'era, a differenza del modesto benessere al quale erano abituate.&#13;
Infatti, rispetto alla popolazione che si abbigliava in modo essenziale: UN IN TAL DOS E UN IN TAL FOS, cioè due abiti a testa, uno addosso e uno a lavare nel fosso, loro avevano di che cambiarsi e apparivano più  eleganti. Allora a Cimolais tutti vestivano in modo tradizionale, tutti allo stesso modo, e se anche un semplice grembiule non aveva le tasche, Teresa, per praticità se ne cucì una, suscitando le critiche delle vicine di casa.&#13;
Comunque, anche la mamma Teresa, per sostenere la famiglia che stava consumando le ultime provviste..."no l'è pi farina in tal banc''...non c'è più farina nel banco, dovette riprendere l'antico mestiere di ambulante e già nel 1915, durante uno di questi faticosissimoi percorsi, perse la vita a Spilimbergo, partorendo un maschietto che morì  anch'esso.&#13;
Rimaste orfane, Lucia dovette sobbarcarsi tutti gli oneri di una donna di casa...e non fu facile sopportare la durezza della nuova realtà. Anche perché, successivamente suo padre decise di risposarsi con una donna di Casso. Da questa nuova unione,nacque nel 1924 Domenico.&#13;
Ma, i rapporti con la matrigna non furono mai buoni.&#13;
Lucia si sposò con  Protti Giobatta nel 1925, mentre le sorelle Emma e Lisa si trasferirono a Trieste.&#13;
Lucia e Giobatta abitavano nella casa dei genitori di lui, falegnami di professione. Tra i vari matrimoni e le nascite raggiunsero il numero di 12 componenti.&#13;
Poi la sistemazione al mulino.&#13;
Nel mulino, Lucia si dimostrò la più occulata nella gestione dell'attività, il marito, pur essendo grande e forte lavoratore, non aveva grandi doti da commerciante...&#13;
Durante la seconda guerra mondiale, Lucia, che ancora parlava, leggeva e scriveva correttamente il tedesco si dimostrò utile e preziosa, intervenendo a sanare e aiutare più volte i paesani nelle varie dispute  con gli ufficiali e i soldati tedeschi che nel frattempo avevano occupato il paese. Specialmente durante gli episodi di rastrellamento...scongiurando il rischio di deportazioni e fucilazioni. Sempre durante il periodo  bellico si rese disponibile, assieme marito di prendere custodia una cassetta di averi, datale da una famiglia di ebrei che si erano rifugiati a Cimolais (come avevano fatto altre famiglie semite), questi non sentendosi più al sicuro decisero di andare altrove. Solo mia mamma fu messa al corrente di questa cassetta, nascosta sotto il pollaio. Finita la guerra, i superstiti di questa famiglia tornarono per riavere il loro oggetto e nel ritrovarlo </text>
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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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n. 29 - 33028 Tolmezzo</text>
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                <text>Pit luscht orbatn / Lavorare con gioia: anche la fatica di accatastare la legna per l'inverno è un lavoro meno faticoso se fatto con gioia.&#13;
&#13;
La forza delle donne sappadine protagoniste della quotidianità e nel sostentamento della famiglia, ieri come oggi.</text>
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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Ascoltare la storia della portatrici, donne di eccezionale coraggio e forza che hanno vissuto nelle nostre valli durante il periodo della grande guerra, tocca sempre il cuore. Ma ancora di più se a raccontarla, con grande rispetto, è la voce di una giovane ragazza di Timau, Nice Matiz.</text>
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                  <text>&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;CarniaMusei è una rete di musei che vogliono farsi conoscere&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;Le tante storie che la Carnia racconta si possono scoprire anche attraverso i suoi musei, preziose realtà che si sono unite in Rete per crescere insieme ed offrire più servizi al pubblico. Musei ed esposizioni permanenti, parchi d’arte contemporanea e centri visite sono i tasselli di una nuova mappa del territorio carnico, di luoghi che vogliono raccontarsi ai visitatori ed offrire servizi su misura creando continue suggestioni.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="font-weight: 400;"&gt;&lt;a href="http://www.carniamusei.org/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.carniamusei.org&amp;amp;source=gmail&amp;amp;ust=1648115265110000&amp;amp;usg=AOvVaw0ACqunfjtTxoMCwf1Y9Me7"&gt;www.carniamusei.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&#13;
&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="http://www.visitdolomites.com/page2/museo-geologico-della-carnia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"&gt;www.visitdolomites.com&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Nella comunità germanofona di Sauris / Zahre, come nel resto della Carnia, la tessitura è stata per secoli un’attività praticata dagli uomini. I tessitori di Sauris erano artigiani specializzati che producevano i tessuti per tutta la comunità o emigravano nella pianura friulana per alcuni mesi all’anno. Gli ultimi tessitori furono attivi quasi fino agli anni ’60, periodo in cui l’intensificarsi dei contatti con le altre vallate (grazie al miglioramento della viabilità) e la possibilità di acquistare i tessuti all’esterno provocò l’abbandono della coltivazione del lino e della canapa in valle e un calo nell’allevamento degli ovini per la produzione della lana, rendendo così superflua l’opera dei tessitori.&#13;
&#13;
Questa attività così importante per l’economia e per la cultura saurana sembrava dunque non avere un futuro, finché alla fine degli anni ’70 una fortunata iniziativa non la riportò in auge. Un gruppo di giovani donne frequentò un corso organizzato dall’Istituto Regionale per la Formazione Professionale, imparando l’arte e mettendola a frutto negli anni successivi con la produzione di tappeti e arazzi per conto di un’azienda esterna. Inizialmente fu fondata una cooperativa, trasformatasi poi in una società. Negli anni ’90, infine, fu costituita ufficialmente la Tessitura Artigiana di Sauris, che è diventata un fiore all’occhiello non solo per l’economia locale, ma anche per le iniziative di riscoperta e valorizzazione del patrimonio culturale saurano che la comunità ha portato avanti negli ultimi decenni. LE TESSITRICI DI SAURIS HANNO FATTO RIVIVERE SUI TELAI A MANO IN LEGNO, SIMILI A QUELLI UTILIZZATI FINO ALLA METÀ DEL SECOLO SCORSO E ANCORA ESISTENTI, L’OPEROSITÀ E LA CREATIVITÀ DEI LORO ANTENATI e hanno messo le loro conoscenze e competenze al servizio della comunità e delle sue istituzioni culturali, collaborando, ad esempio, alle mostre sull’abbigliamento tradizionale e sulla lavorazione del lino e della canapa organizzate dal Centro etnografico di Sauris.&#13;
&#13;
Nel 2020 alla guida dell’azienda è subentrato un artigiano e l’attività è parzialmente ritornata “al maschile”, ma è grazie all’intraprendenza, alla tenacia e alla passione delle tessitrici che la tradizione tessile saurana è sopravvissuta. Proprio in questo 2021 la Tessitura di Sauris, con vari cambi di denominazione, ha festeggiato i 40 anni: un magnifico traguardo, che autorizza a guardare al futuro con speranza!&#13;
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          <description>The Dublin Core metadata element set is common to all Omeka records, including items, files, and collections. For more information see, http://dublincore.org/documents/dces/.</description>
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                  <text>Il Museo Surrealista Regianini di Costalissoio (Costa del Sole) è dedicato in maniera permanente all’opera pittorica del Maestro Luigi Regianini (1930-2013). Costituisce uno dei più interessanti poli attrattivi turistici e culturali della zonaLa sua importanza ed unicità poggia sul fatto che, a differenza degli altri musei sul territorio, non è una raccolta di cimeli del passato, ma un contenitore che, sotto la voce surrealismo, raggruppa messaggi importanti riguardanti le varie problematiche dell’uomo contemporaneo, il suo mondo interiore ed i vari aspetti della realtà che lo circonda. E’, quindi, un ambiente museale al servizio di chi, amatore d’arte, desidera recepire messaggi di alto valore culturale ed artistico.</text>
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                <text>LE DONNE IN COMELICO: matriarche... “in casa”, ma non “nella società”.&#13;
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                <text>Dopo una breve introduzione storica, analizziamo il rapporto donne-Regole, argomento, questo, ben conosciuto e sentito dal pittore Regianini, anche per motivi familiari, dato che madre e moglie hanno origini comeliane. Ha espresso il suo parere, in merito,  in varie interviste e in conversazioni private, che qui cerchiamo di riprendere, anche attraverso la presentazione di una sua opera riguardante le Regole.&#13;
Per quanto attiene alla presenza delle donne nelle leggende comeliane, precisiamo che essa è stata affrontata dal Pittore soprattutto in due opere conservate nel Museo Regianini (“Le vecchie ongane” e “Le giovani ongane”) e presentate nella  prima edizione della campagna #DolomitesMuseum.&#13;
&#13;
      &#13;
Matriarche... in casa&#13;
Nel lontano passato in Comelico (ma ovunque sulle nostre montagne) le famiglie erano totalmente in mano alle matriarche. Tutto nella casa dipendeva da loro. Erano autoritarie. Tenevano sotto chiave gli alimenti, farine, formaggio, burro, tutta la dispensa. Facevano da mangiare e le porzioni. Anche nelle famiglie che avevano l'uomo tuttofare, il “famei”,  che curava anche la stalla, la mungitura era riservata alla “parona”, la matriarca. Per intimorire i bambini, le matriarche raccontavano storie delle streghe del bosco che prendevano con loro quelli cattivi e disubbidienti. La famiglia era "allargata" e i figli portavano le mogli in casa paterna. Erano proprio le donne a controllare e a comandare.&#13;
Questo matriarcato, ben evidente "in casa", non trovava, però, corrispondenza nel ruolo "sociale" assegnato alle donne dalle  Regole.&#13;
&#13;
      &#13;
...e nelle Regole?&#13;
Le 16 Regole del Comelico gestiscono il patrimonio collettivo, costituito da boschi, pascoli, praterie, malghe, che è inalienabile, indivisibile, inusucapibile.&#13;
Rapporto problematico, quello riguardante il loro rapporto con le donne, viste le norme statutarie che, da secoli, stanno alla base delle Comunioni Familiari. Il problema relativo all’ammissione dell'altro sesso nell’ordinamento regoliero è ancora pienamente aperto e il conflitto di opinioni è molto acceso, visto che le leggi limitano la facoltà delle donne di essere considerate “regoliere” e quindi portatrici dei diritti dei regolieri stessi. Alla componente femminile è stato riservato quasi soltanto la facoltà di subentro temporaneo, solo per le vedove con figli maschi minori (finché dura lo stato di vedovanza o finché un figlio maschio e convivente abbia raggiunto la maggiore età).&#13;
E’ cambiato, nei secoli, il ruolo delle donne nella società, ma gli statuti regolieri sono rimasti, nei secoli, quasi  invariati.&#13;
Dobbiamo dire, però, che alcune delle Regole comeliane hanno, da qualche anno, avviato quel processo che gradatamente dovrebbe portare, anche in questo campo, alla parità dei sessi. Il percorso sarà lungo, ma, mentre Cortina diceva di no,  le Regole di Costa, Costalta, Costalissoio, Campolongo, Casada e Padola (solo per citarne alcune) hanno fatto il primo passo. Riportiamo qualche citazione di affermazioni dei capiregola, reperite in rete, per dare forza probativa al nostro discorso.&#13;
Regola di Campolongo (17-2-2011): “La nostra è stata la prima Comunione Familiare del Comelico ad accogliere nel suo seno le donne nubili figlie di regolieri e le vedove di regolieri. Un’innovazione epocale in quanto sono riconosciuti alle donne gli stessi diritti e doveri che per oltre un millennio sono stati riservati esclusivamente ai discendenti maschi degli abitanti originari".&#13;
Regola di  di Costa (14-3-2016):  «È stata una prima breccia dopo anni di dibattito e ora una ventina di donne faranno parte dell'assemblea regoliera. Una iniezione di speranza per il futuro, perché la nostra comunità è fatta da ultra 60enni e tra qualche decennio si rischiava che la Regola di Costa diventasse proprietà di pochi».&#13;
Regola di Costalta (3-4-2016): “Per noi si tratta di una giornata storica, epocale. Cade una discriminazione durata secoli, perché da oggi anche le donne potranno far parte della Regola”.&#13;
&#13;
      &#13;
Un'opera di Regianini...&#13;
E cosa pensava al riguardo il Pittore? Diciamo che non ha mai preso un posizione netta in questa diatriba, ma conveniva sul fatto che le norme statutarie dovrebbero andare di pari passo con la società. Il quadro che presentiamo raffigura una visione "classica" dell'istituto regoliero. Si tratta di un’opera composta in occasione del primo “Meeting delle Regole”, svoltosi a Costalissoio di Cadore, il 26 agosto 2009,  e ivi conservato nella Sala Assembleare.        &#13;
E' un dipinto “celebrativo” di un evento particolare alla sua prima edizione, in cui rinveniamo gli elementi essenziali delle Comunità Familiari. L'importante opera, infatti,  è emblematica. Vi sono raffigurate le tre componenti sulle quali poggiano le Regole: fuoco-famiglia, pascoli, boschi. In un cielo  terso è visibile, in alto, lo stemma delle Regole del Cadore.        &#13;
Sullo sfondo una catena di montagne con schiere di antenati che guardano uniti verso vaste praterie e pascoli. In primo piano, accanto ai fiori, un capitello classico e una pietra su cui è scolpita la parola FAULA,  termine longobardo significante “assemblea” (si riferisce all'assemblea dei regolieri che è sovrana, organo principe di base democratica, risalente ai primordi delle Regole).</text>
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