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                <text>Museo Carnico delle Arti popolari Michele Gortani</text>
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                <text>Il Museo Carnico delle Arti Popolari è il risultato del paziente lavoro di ricerca svolto dal Sen. Prof. Michele Gortani (1883-1966) a partire dal 1920. Attualmente la raccolta è allestita nelle sale del secentesco Palazzo Campeis, nel centro storico di Tolmezzo.&#13;
&#13;
Il materiale etnografico esposto, che riguarda tutti gli aspetti della vita, delle tradizioni e dell'arte della Carnia dal XIV al XIX secolo, è raccolto in trenta stanze ed è così ricco da rendere il Museo Carnico uno dei musei etnografici più importanti a livello europeo. Al suo interno alcune sale sono disposte seguendo la ricostruzione degli ambienti: si possono così ammirare la cucina col "fogolâr", la camera con armadi e cassepanche intagliati, il tinello, le botteghe degli artigiani.&#13;
&#13;
Vi sono poi specifiche sezioni dedicate ai lavori tradizionali, ai ferri battuti, ai pesi e misure, ai costumi popolari, alla tessitura, ai ricami ed ai pizzi. Di grande interesse per la storia del costume, la ricca collezione di ritratti che animano le pareti del Museo. Una sala, interamente dedicata alla religiosità popolare, documenta anche questo aspetto di fondamentale importanza nella vita quotidiana delle genti carniche. Fra le curiosità, una ricchissima collezione di maschere e una pregevole raccolta di strumenti musicali.</text>
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              <text>AGATA BONORA, LA DONNA CHE SFIDÒ I NAZISTI</text>
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              <text>Durante la seconda Guerra Mondiale, tra i deportati carnici nei campi di concentramento nazisti ci furono anche donne.&#13;
Tra queste donne c’era Agata Bonora di Tolmezzo, che agli occhi di fascisti e nazisti si era macchiata di troppe colpe: tre figli partigiani, un quarto internato e un marito collaboratore dei partigiani.&#13;
Ma la colpa più grave di cui si macchiò agli occhi dei nazisti, Agata la commise sfidando apertamente i tedeschi durante il funerale di Renato Del Din, sottotenente della Brigata Julia che si unì ai partigiani col nome di “Anselmo” e fondò la Brigata Osoppo-Friuli.&#13;
La notte tra il 24 e il 25 ottobre 1944 Del Din e i suoi compagni assaltarono la caserma fascista di Tolmezzo. Venne ucciso. I tedeschi imposero che il suo funerale si facesse alle 7 di mattina, e che il carro funebre passasse fuori dal paese, col divieto per gli abitanti di accompagnare Anselmo al cimitero.&#13;
Quando però il triste corteo costituito solo dal prete, i chierichetti e i militari giunse al bivio con la strada che portava al cuore del paese, si trovò davanti una donna, che con la fierezza di una guerriera prese decisa le briglie di uno dei cavalli da tiro e sentenziò, per nulla intimorita dai soldati: “Si va di cheste bande ca”... si va da questa parte, dirigendosi verso il centro del paese.&#13;
Quella donna era Agata.&#13;
Altre donne fiere e coraggiose come Agata si aggregarono al corteo, e infine altri e altri ancora.&#13;
Non ci fu un lieto fine, purtroppo: poco tempo dopo Agata venne catturata e deportata a Dachau, mentre suo marito venne prelevato in casa da uno squadrone di miliziani, ucciso con un colpo alla nuca e sepolto in un prato, dove venne ritrovato a guerra finita. &#13;
Agata tornò a casa a piedi a fine guerra, con la divisa a righe bianche e blu e rasata a zero, scheletrica e con chissà quali memorie di orrori nel cuore e nella mente. &#13;
Non visse molto, dopo il rientro, troppo debilitata dalla prigionia e dal dolore. Ma la sua memoria vive ancora, e a lei e alle sue compagne è intitolata una piazzetta di Tolmezzo. &#13;
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