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              <text>La Theròsega</text>
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              <text>C’è una leggenda che si tramanda dalla notte dei tempi. Protagonista era la Theròsega che arrivava qui a Erto per farsi battezzare da San Giovanni. Era il 5 gennaio. Una notte magica,  non si trovava acqua in paese perché quella  delle fontane smetteva di zampillare e riprendeva a scorrere solo al mattino e le mucche nella stalla, parlavano.&#13;
Si diceva che  l’indomani l’acqua era nuova e le persone facevano a gara per portare le mucche a dissetarsi. Le prime a berla sarebbero state le migliori bestie del paese. &#13;
Anche quell’anno San Giovanni attese la Theròsega sotto il portico della chiesetta di Beórscia.&#13;
 Lei  poco dopo  lo raggiunse.  &#13;
 Come sempre  gli chiedeva: &#13;
- Quest’anno, quest’anno, quest’anno, battezzami Giovanni! Chést an, chést an, chest an, batédheme Dhuàn.&#13;
E lui: - Ti battezzerò il prossimo anno! &#13;
-E se sarò morta? Dai  battezzami questa volta! &#13;
- E l' acqua? E l’èga?&#13;
- Cara mia, non ce n’è più devi andare a rifornirti  un po’ lontano. Devi andare in Vajont dove c’è  l’acqua  benedetta.&#13;
La Theròsega, allora prese i cesti e il bicollo e andando per Therentón  arrivò in Vajont. &#13;
Ma presto iniziò a nevicare. Quando fu vicino alle case di Genàro  non potendo arrivare presso l’acqua Benedetta deviò dal sentiero e pensò fra sè:&#13;
 - Non è lo stesso se la prendo qui, sul Vajont? San Giovanni di sicuro non se ne accorgerà.&#13;
Per contenerla  mise un po’ di fogliame e di muschio nei cesti  e li riempì.&#13;
Rischiò perfino di cadere scivolando su una lastra, la  ris’cià àign da sbrisè su na lasta,  con le scarpe chiodate. &#13;
Soddisfatta, riprese la strada del ritorno.&#13;
 L’acqua nei cesti non tardò a gelare, mentre  lei avanzava  affondando nella neve.&#13;
Quando fu presso l’antro dei Venarìa sentì odore di fumo e volle fermarsi per scaldarsi o forse si era dimenticata un  po’ di cenere per i bambini più cattivi,  un tin de thèindhre par i canàis pi trist e poi aveva  bisogno di riposare dopo aver sfaticato lungo la riva della Tùara.&#13;
Appoggiò i cesti tra i belati delle capre e, annusando e tastando al buio, si avvicinò al fuoco. Si accovacciò accanto al focolare, ravvivò la fiamma  e si scaldò.&#13;
Sulla panca vide alcune fette di polenta, una crosta di formaggio e mangiò.&#13;
E Venarìa, il padrone? Era  nella stalla che sognava.&#13;
E la Theròsega? Nel silenzio della notte, mentre la neve  continuava a imbiancare il paese,  si appisolò. &#13;
Solo il caprone vegliava e l’odore del muschio nei cesti, attirò la sua attenzione. Con  un salto si mise a trascinarli facendoli rotolare  lungo i pendii. &#13;
Andarono a finire in fondo, nei Gòvoi, dietro ai cespugli. In primavera, Sép de Cionciàile  li ritrovò andando a vimini col chiarore della  luna calante.&#13;
La Theròsega, addormentata, allungandosi sulla pietra del focolare si stava bruciando le calze.&#13;
Quando erano ormai fumanti, si svegliò e velocemente senza nemmeno cercare i cesti,  si rimise in viaggio. &#13;
Fece appena in tempo a fare il suo giro  per riempire le calze dei bambini con  quattro noci e a malincuore anche qualche mucchietto di cenere. &#13;
Al rintocco dell' Ave Maria si affrettò a lasciare il paese. Era proprio vicino all’abitazione del Pìciol de l'Alba, quando spuntarono, da  Seurafèuc,  gli spiriti vestiti di bianco, la Scòla dal Bón Dhùac. Lei riuscì a svicolare e sparì verso Valdenère, dietro ai faggi.                &#13;
E anche per quell’anno rimase senza battesimo. E àign par che l’an l a restà da batiè.&#13;
&#13;
&#13;
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              <text>Fulvia De Damiani - Associazione Ecomuseo del Vajont - continuità di vita </text>
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              <text>figure femminili nella mitologia </text>
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